Rinviare da subito a due mesi la vaccinazione universale contro l’epatite B potrebbe aumentare del 19% le infezioni croniche contratte entro i vent’anni. Affidare la scelta a una decisione clinica condivisa per i figli di madri negative al virus porterebbe, nel modello, a un incremento dell’83%. È la stima di uno studio pubblicato su Annals of Internal Medicine.
I ricercatori di Mass General Brigham e Harvard Medical School hanno costruito un modello di transizione di stato applicato a una coorte annuale di 3,6 milioni di neonati negli Stati Uniti. Il confronto riguarda tre strategie: dose universale alla nascita, somministrazione differita a due mesi e decisione condivisa tra famiglia e medico.
L’epatite B può diventare cronica e, nel tempo, provocare cirrosi o tumore del fegato. Il rischio di cronicizzazione è particolarmente elevato quando l’infezione avviene nei primi anni di vita. La dose neonatale crea una protezione precoce anche contro esposizioni non previste o infezioni materne non riconosciute.
Nel secondo scenario, coerente con la raccomandazione formulata negli Stati Uniti nel dicembre 2025 per i nati da madri senza infezione nota, il modello prevede il 19% in più di infezioni croniche entro l’età adulta. Nel terzo scenario, collegato alla successiva impostazione di decisione condivisa, l’aumento stimato arriva all’83%.
Gli autori calcolano inoltre che con la strategia caso per caso più della metà dei ragazzi potrebbe entrare nell’età adulta ancora suscettibile al virus. Questo non significa che metà si infetterebbe, ma che non avrebbe la protezione prevista dal calendario universale e resterebbe esposta a future occasioni di contagio.
Il lavoro è una simulazione, non un esperimento in cui bambini sono stati privati del vaccino. I risultati dipendono dalle ipotesi su copertura, trasmissione, efficacia e recupero delle dosi. I modelli servono a confrontare scenari prima che una politica produca effetti osservabili, ma non eliminano l’incertezza.
La distinzione tra madre negativa e rischio nullo è centrale. I test prenatali riducono fortemente il pericolo di trasmissione alla nascita, ma possono esistere infezioni recenti, risultati mancanti o errori di registrazione. La dose universale funziona anche come rete di sicurezza quando il rischio individuale non è correttamente identificato.
Lo studio riguarda le scelte federali statunitensi e non modifica il calendario vaccinale italiano. In Italia indicazioni, offerta e recuperi dipendono dal Piano nazionale di prevenzione vaccinale e dalle autorità sanitarie. Le famiglie non dovrebbero cambiare autonomamente le date previste sulla base di una notizia internazionale.
Il dato più forte è il confronto tra una procedura universale e una selettiva. Quando la protezione dipende da valutazioni ripetute, appuntamenti successivi e decisioni non uniformi, cresce il rischio che una parte dei bambini non riceva la dose o la riceva troppo tardi.
Gli autori concludono che la vaccinazione alla nascita rimane, nel loro modello, la strategia più efficace per prevenire le infezioni infantili e ridurre la vulnerabilità futura. La discussione politica dovrà ora confrontare queste stime con dati reali di copertura, sicurezza e andamento dei casi.
