In Italia oltre 20 milioni di famiglie, pari al 75,8% del totale, vivono in un’abitazione di loro proprietà. Il valore complessivo del patrimonio abitativo nazionale supera i 6.000 miliardi di euro. Sono i due dati centrali del nuovo volume Gli immobili in Italia 2026, curato dal Dipartimento delle Finanze del Ministero dell’Economia e dall’Osservatorio del mercato immobiliare dell’Agenzia delle Entrate.
Il rapporto integra informazioni catastali, dichiarazioni fiscali, compravendite e caratteristiche delle famiglie. Non fotografa soltanto quante case esistono: mette in relazione il patrimonio con redditi, mercato e fiscalità, così da mostrare come l’immobile continui a rappresentare la principale forma di ricchezza per una larga parte dei nuclei italiani.
Il 75,8% riguarda le famiglie proprietarie dell’abitazione in cui risiedono. Il dato non equivale alla quota di popolazione che possiede almeno un immobile, né include automaticamente seconde case o immobili ereditati. La distinzione è importante perché il possesso dell’abitazione principale descrive stabilità patrimoniale, ma non misura da solo la disponibilità economica corrente di una famiglia.
La stima superiore a 6.000 miliardi è un valore aggregato del patrimonio abitativo. Non rappresenta denaro immediatamente disponibile e non coincide con la base imponibile catastale. Il valore di mercato può cambiare molto tra aree urbane, piccoli comuni, zone turistiche e territori dove domanda e popolazione sono in calo.
La lettura territoriale è infatti uno dei punti decisivi del volume. I curatori segnalano forti eterogeneità e una concentrazione elevata della ricchezza negli immobili. A parità di numero di abitazioni, il valore patrimoniale può essere molto diverso a seconda della posizione, della qualità dell’edificio, dell’efficienza energetica, dei servizi disponibili e dell’andamento delle compravendite locali.
Per le politiche pubbliche il rapporto consente di confrontare patrimonio, reddito dichiarato e accesso all’abitazione. È utile per valutare l’impatto delle imposte immobiliari, delle agevolazioni sulla prima casa, degli incentivi alle ristrutturazioni e delle misure rivolte a chi non riesce a comprare o affittare a condizioni sostenibili.
Il dato sulla proprietà non risolve il problema dell’accessibilità. Una quota ampia di famiglie proprietarie può convivere con prezzi elevati per i giovani, scarsità di alloggi in affitto, mutui più onerosi e abitazioni che richiedono manutenzione. Il rapporto va quindi letto insieme ai redditi, al costo del credito e alla distribuzione per età dei proprietari.
Anche la ricchezza immobiliare può essere poco liquida: vendere richiede tempo e il prezzo effettivo può discostarsi dalle valutazioni teoriche. Per questo il valore nazionale non può essere diviso meccanicamente per il numero delle famiglie per stimare quanto possieda il singolo nucleo.
La pubblicazione completa è consultabile online e contiene tavole metodologiche utili a interpretare correttamente i numeri. Le differenze tra rendita catastale, valore fiscale e valore di mercato restano essenziali quando si confrontano immobili o si valuta l’effetto di una misura tributaria.
Il quadro finale conferma una caratteristica strutturale dell’economia italiana: la casa resta il principale deposito di ricchezza privata, ma la sua distribuzione è diseguale e non garantisce automaticamente reddito, mobilità o accesso a un’abitazione adeguata per chi è fuori dal mercato della proprietà.
