In questo contesto la parola vaccino non indica un prodotto somministrato a persone sane per prevenire un’infezione. Si tratta di una terapia progettata dopo la diagnosi di tumore, con l’obiettivo di insegnare al sistema immunitario a riconoscere caratteristiche specifiche delle cellule tumorali del singolo paziente.
Il trattamento viene quindi costruito su misura. Dal tumore rimosso o biopsiato si ricavano informazioni genetiche che permettono di identificare mutazioni potenzialmente riconoscibili dal sistema immunitario.
Le mutazioni tumorali possono generare proteine alterate che non sono presenti nelle cellule sane. Piccoli frammenti di queste proteine, chiamati neoantigeni, possono diventare bersagli per i linfociti T.
Una terapia individualizzata seleziona i neoantigeni ritenuti più promettenti e usa l’mRNA come istruzione temporanea affinché le cellule del corpo producano quei bersagli e li mostrino al sistema immunitario.
L’mRNA è una molecola che trasporta istruzioni biologiche senza modificare il DNA del paziente. In una terapia oncologica personalizzata può codificare contemporaneamente numerosi neoantigeni selezionati dal tumore.
Nel caso di intismeran autogene, la terapia sperimentale è progettata per codificare fino a 34 neoantigeni sulla base della firma mutazionale individuale. Dopo la somministrazione, queste informazioni vengono tradotte in proteine che possono contribuire ad attivare una risposta immunitaria specifica.
I tumori possono sfruttare meccanismi naturali che frenano l’attività del sistema immunitario. Farmaci come pembrolizumab, noto commercialmente come Keytruda, bloccano il checkpoint PD-1 e possono liberare una parte della risposta immunitaria antitumorale.
La combinazione punta quindi su due leve diverse: il vaccino personalizzato aiuta a indicare quali bersagli riconoscere, mentre l’inibitore del checkpoint riduce un freno alla risposta dei linfociti T.
La personalizzazione rende queste terapie più complesse di un farmaco prodotto in serie. Servono sequenziamento del tumore, analisi bioinformatica, selezione dei neoantigeni, produzione individuale e controlli di qualità per ogni paziente.
Anche in caso di approvazione, tempi di produzione, costi, accesso ai centri specializzati e scelta dei pazienti saranno aspetti decisivi. Per questo un risultato positivo in fase 3 è un passaggio fondamentale, ma non risolve automaticamente tutte le sfide necessarie per rendere la terapia disponibile su larga scala.
