Le donne sono il 51% dei 16,4 milioni di pensionati italiani, ma agli uomini va il 56% dei redditi pensionistici complessivi. Il Casellario INPS aggiornato al 31 dicembre 2025 misura così un divario che non dipende dal numero dei beneficiari, bensì dagli importi maturati durante la vita lavorativa.
Il reddito pensionistico medio annuo raggiunge 26.031 euro per gli uomini e si ferma a 19.553 euro per le donne. La differenza è di 6.478 euro: l'importo maschile risulta superiore del 33%, mentre quello femminile è circa un quarto più basso se rapportato al valore degli uomini.
Il confronto riguarda il reddito complessivo percepito dal pensionato, non una singola pensione. Ogni beneficiario riceve in media 1,4 prestazioni e quasi un terzo ne cumula almeno due, per esempio una pensione diretta e una ai superstiti.
Nel sistema risultano 23,18 milioni di prestazioni, per una spesa annua complessiva di 372,45 miliardi di euro. Il numero è maggiore dei beneficiari proprio perché una persona può ricevere trattamenti diversi, inclusi quelli assistenziali e indennitari registrati nel Casellario.
Le donne percepiscono 12,64 milioni di prestazioni contro 10,55 milioni degli uomini. L'importo medio per singola pensione, tuttavia, è di 13.041 euro per le donne e 19.692 per gli uomini, una distanza che resta visibile anche prima di sommare più trattamenti.
La fotografia degli assegni liquidati nei primi nove mesi del 2026 aggiunge un'altra cautela. L'INPS registra 665.689 nuove pensioni con decorrenza entro settembre e un importo medio mensile alla decorrenza di 1.297 euro, ma avverte che il dato è ancora provvisorio.
Il totale 2026 non può essere confrontato direttamente con le 901.448 pensioni decorrenti nel 2025. Per l'anno precedente sono state incluse anche pratiche liquidate successivamente, mentre quelle del 2026 potranno aumentare quando saranno definite domande arretrate con decorrenza già maturata.
Tra gennaio e settembre risultano 227.906 pensioni di vecchiaia, 159.344 anticipate, 39.032 di invalidità e 162.009 ai superstiti. Queste categorie non hanno lo stesso importo medio e una variazione della loro composizione può spostare la media senza indicare un aumento generalizzato degli assegni.
Il divario tra uomini e donne nasce soprattutto prima del pensionamento. Nel sistema contributivo, periodi senza versamenti, lavori discontinui, part-time e retribuzioni inferiori riducono il montante sul quale viene calcolato l'assegno futuro.
L'OCSE stima per l'Italia un divario pensionistico di genere del 29%, superiore alla media dell'organizzazione del 23%. Il confronto internazionale include le pensioni ai superstiti, che in Italia riducono la distanza di circa un terzo ma non la eliminano.
La stessa analisi collega il risultato alla durata attesa delle carriere. Sulla base dei tassi di occupazione del 2023, una donna italiana lavorerebbe mediamente 25 anni, nove in meno di un uomo; nei Paesi OCSE il divario medio è di sei anni.
Il tempo fuori dal lavoro retribuito non coincide necessariamente con inattività. Cura di figli, anziani e familiari ricade ancora in misura maggiore sulle donne, ma non produce contributi previdenziali salvo le tutele specifiche previste dalla legge.
Anche il lavoro part-time pesa. In Italia la presenza femminile nei contratti a orario ridotto resta nettamente più alta, spesso per conciliare occupazione e cura. Meno ore e salari più bassi si traducono in contributi minori anche quando la carriera non presenta interruzioni formali.
Le pensioni ai superstiti spiegano perché le donne ricevano più prestazioni pro capite: 1,50 contro 1,32 degli uomini. Questo sostegno limita la caduta del reddito familiare dopo un decesso, ma deriva dalla posizione contributiva del coniuge e non colma la debolezza della pensione propria.
La media nazionale nasconde inoltre differenze profonde tra generazioni, gestioni e territori. Una dipendente pubblica con carriera continua presenta un profilo diverso da una lavoratrice autonoma, agricola o con molti anni di impiego irregolare; aggregarle serve a descrivere il sistema, non il singolo caso.
Il Fondo pensioni lavoratori dipendenti concentra la quota maggiore delle nuove liquidazioni: 357.967 nel 2025 e 258.799 nei primi nove mesi del 2026. Seguono dipendenti pubblici, artigiani, commercianti, fondi speciali, parasubordinati e lavoratori agricoli.
Per valutare la propria posizione non basta leggere l'ultimo stipendio. Contano estratto contributivo, buchi assicurativi, periodi figurativi, gestione di appartenenza e data prevista di uscita. Errori o omissioni scoperti tardi possono richiedere ricostruzioni documentali complesse.
L'estratto conto previdenziale consente di controllare se i periodi lavorati risultano registrati. Una verifica periodica è particolarmente utile per chi ha cambiato molti datori, alternato lavoro dipendente e autonomo oppure svolto attività in più gestioni.
Riscatti, ricongiunzioni e cumulo non hanno lo stesso costo né lo stesso effetto. La convenienza dipende dalla storia contributiva individuale: presentarli come soluzioni universali rischia di trasformare un possibile vantaggio in un esborso senza beneficio proporzionato.
La previdenza complementare può integrare l'assegno pubblico, ma non corregge automaticamente le disuguaglianze. Chi ha salari bassi o carriere interrotte dispone anche di meno risorse da destinare a un fondo, con il rischio che la distanza accumulata nel lavoro prosegua nella pensione privata.
Per le politiche pubbliche, il dato centrale non è soltanto l'età di uscita. Aumentare occupazione femminile stabile, continuità contributiva e retribuzioni incide sulle entrate presenti del sistema e sugli assegni futuri, mentre misure concentrate sul pensionamento agiscono quando gran parte del divario è già formato.
L'invecchiamento della popolazione rende il problema anche finanziario. Più persone anziane e una popolazione in età da lavoro in calo restringono la base contributiva; mantenere fuori dal mercato una quota elevata di donne aumenta la pressione sui conti previdenziali e sul prodotto interno lordo.
I numeri del Casellario descrivono quindi una doppia realtà: più donne tra i beneficiari, più risorse agli uomini. La differenza non è una trattenuta applicata al momento della pensione, ma il risultato cumulato di partecipazione al lavoro, salari, ore lavorate e protezione riconosciuta ai periodi di cura.
I prossimi dati dovranno mostrare se le nuove generazioni ridurranno la distanza. L'aumento dell'occupazione femminile può migliorare gli assegni futuri, ma gli effetti previdenziali maturano lentamente e richiedono carriere stabili per decenni, non soltanto una crescita temporanea dei contratti.
Per chi è vicino all'uscita, la priorità concreta resta verificare la posizione individuale e distinguere importo lordo, netto e reddito complessivo. Per chi è più giovane, continuità e livello dei contributi sono già oggi la parte decisiva della pensione di domani.
