Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha respinto la parte centrale del piano in 15 punti sostenuto dall’amministrazione statunitense e dal Board of Peace per arrivare al disarmo di Hamas e al ritiro delle forze israeliane dalla Striscia di Gaza.
La divergenza riguarda soprattutto l’ordine delle mosse. Netanyahu sostiene che un ritiro israeliano non possa precedere un disarmo effettivo e verificabile di Hamas.
Secondo la posizione espressa dal premier israeliano, il disarmo dovrebbe riguardare non soltanto le armi pesanti ma anche quelle leggere e le altre capacità militari dell’organizzazione. Solo dopo un risultato considerato reale e completo Israele sarebbe disposto a discutere il ritiro.
Questa richiesta rende più difficile la costruzione di una sequenza accettabile da entrambe le parti, perché lega ogni passo israeliano a condizioni che devono essere prima verificate sul terreno.
Hamas ha ribadito il proprio impegno al quadro negoziale, ma resta in disaccordo con Israele sui tempi e sulle condizioni. È proprio questa differenza nella sequenza — disarmo prima del ritiro o passaggi paralleli e progressivi — a mantenere il negoziato in una fase fragile.
Anche un accordo sui principi generali può quindi arenarsi se non viene definito chi verifica il disarmo, quali forze restano sul terreno e in quale momento avviene il ritiro.
Il rifiuto di Netanyahu segnala che il sostegno statunitense a una cornice diplomatica non basta, da solo, a produrre un accordo operativo. Il margine di trattativa dipenderà dalla capacità dei mediatori di trasformare obiettivi politici generali in una sequenza concreta e verificabile.
Le prossime dichiarazioni di Washington, Israele e dei mediatori saranno decisive per capire se il piano verrà modificato oppure se il negoziato entrerà in una nuova fase di stallo.
