Italia, Francia, Germania e Regno Unito hanno trasformato la loro opposizione all’espansione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania in una richiesta politica precisa: fermare il progetto E1 e ritirare i bandi di gara pubblicati per nuove costruzioni. Nella dichiarazione congiunta diffusa il 20 agosto, i quattro governi definiscono la decisione israeliana inaccettabile e ribadiscono che la comunità internazionale si oppone da tempo all’espansione in quest’area.
Il passaggio è più concreto di una generica dichiarazione di preoccupazione. Roma, Parigi, Berlino e Londra indicano un progetto specifico, ne chiedono il ritiro e collegano l’E1 alla prospettiva politica più ampia del conflitto israelo-palestinese. Secondo il testo ufficiale, la sua realizzazione danneggerebbe la continuità territoriale dei Territori palestinesi e renderebbe ancora più difficile una soluzione fondata su due Stati.
E1 è il nome con cui viene indicata un’area della Cisgiordania a est di Gerusalemme, vicina all’insediamento di Ma’ale Adumim. Da anni i progetti di costruzione in questa zona attirano forti critiche internazionali perché la sua posizione geografica è considerata strategica per i collegamenti tra la parte settentrionale e quella meridionale della Cisgiordania e per il rapporto territoriale con Gerusalemme Est.
È questo l’elemento richiamato anche dai quattro governi europei: non si discute soltanto del numero di nuove abitazioni, ma dell’effetto che una nuova fascia urbanizzata potrebbe avere sulla continuità del territorio palestinese. Per i sostenitori della soluzione a due Stati, la possibilità di costruire un futuro Stato palestinese territorialmente coerente dipende anche dal mantenimento di collegamenti praticabili tra le diverse aree.
La parte più insolita e incisiva della dichiarazione riguarda direttamente le imprese. I quattro Paesi chiedono alle aziende di non presentare offerte per i bandi relativi a E1 e le invitano a considerare le possibili conseguenze legali e reputazionali della partecipazione a progetti di insediamento. Il testo richiama anche il rischio di un coinvolgimento in gravi violazioni del diritto internazionale.
È un messaggio che sposta la pressione dal solo rapporto tra governi al comportamento degli operatori economici. Per un’impresa, partecipare a una gara non è più presentato soltanto come una scelta commerciale: i governi firmatari chiedono di valutarla anche alla luce delle responsabilità giuridiche, della due diligence e dell’impatto reputazionale. Proprio questo rende la dichiarazione più significativa rispetto a molte precedenti prese di posizione diplomatiche.
Per l’Italia la firma ha un peso particolare perché colloca Roma in una iniziativa coordinata con tre dei principali partner europei. Il governo italiano non si limita quindi a richiamare in termini generali il rispetto del diritto internazionale o la necessità del negoziato, ma sostiene una richiesta operativa: ritirare i piani e interrompere l’espansione legata a E1.
La convergenza tra Italia, Francia, Germania e Regno Unito indica inoltre che, pur con differenze nelle rispettive politiche verso Israele e il conflitto, esiste un terreno comune sull’opposizione alla crescita degli insediamenti in aree considerate decisive per la soluzione a due Stati. Non equivale a una sanzione e non comporta automaticamente misure economiche, ma aumenta il costo diplomatico della prosecuzione del progetto.
La dichiarazione non obbliga giuridicamente il governo israeliano a sospendere i bandi. La sua efficacia dipenderà dalla risposta di Israele, dall’eventuale partecipazione delle imprese e dalla capacità dei governi firmatari di mantenere una linea comune se il progetto procederà. Il primo elemento da osservare sarà quindi se i bandi attireranno operatori internazionali o se l’avvertimento europeo avrà un effetto deterrente.
Sul piano politico, E1 continuerà a essere un test della distanza tra l’obiettivo dichiarato della soluzione a due Stati e i cambiamenti territoriali prodotti sul terreno. Se la costruzione dovesse avanzare, è probabile che aumentino le pressioni per passare dalle dichiarazioni a misure più concrete. Se invece il progetto venisse rallentato o sospeso, la dichiarazione del 20 agosto diventerebbe un esempio di pressione diplomatica coordinata capace di incidere su una decisione specifica.
