Gloria Steinem, giornalista e figura centrale del movimento per i diritti delle donne negli Stati Uniti, è morta a 92 anni nella sua casa di New York. La notizia è stata comunicata dalla fondazione che porta il suo nome. Per oltre sei decenni Steinem ha unito scrittura, organizzazione politica e presenza pubblica, contribuendo a rendere temi come discriminazione sul lavoro, violenza domestica, libertà riproduttiva e rappresentanza questioni permanenti della società americana.
Nata nel 1934 a Toledo, in Ohio, crebbe in una famiglia spesso in viaggio e si laureò allo Smith College nel 1956. Dopo un periodo in India iniziò a lavorare nel giornalismo. Nel 1963 ottenne grande attenzione con un’inchiesta sotto copertura nel Playboy Club di New York, dove documentò condizioni e pressioni subite dalle cameriere chiamate “Bunnies”. Quel servizio le diede notorietà, ma per anni rese più difficile essere riconosciuta per lavori politici e culturali più ampi.
La svolta arrivò alla fine degli anni Sessanta, quando partecipò a incontri e campagne sul diritto all’aborto e comprese quanto esperienze considerate private fossero in realtà determinate da leggi, rapporti economici e potere sociale. Nonostante la paura di parlare in pubblico, divenne una delle voci più riconoscibili del femminismo statunitense. Il suo ruolo non fu soltanto simbolico: viaggiava, raccoglieva fondi, costruiva reti e portava nel dibattito nazionale testimonianze spesso ignorate dai media tradizionali.
Nel 1972 contribuì a fondare Ms. Magazine, rivista che offrì uno spazio autonomo a reportage, analisi e cultura prodotti da donne. Il titolo “Ms.” era importante perché proponeva una forma di cortesia non legata allo stato civile, alternativa a “Miss” e “Mrs.”. La scelta linguistica riassumeva un’idea più vasta: una donna non doveva essere definita pubblicamente dal fatto di essere sposata o meno. La rivista aiutò a normalizzare temi allora trattati come marginali o sconvenienti.
Steinem partecipò anche alla nascita della National Women’s Political Caucus, della Ms. Foundation for Women e, più tardi, del Women’s Media Center. Queste organizzazioni avevano funzioni diverse: sostenere candidate, finanziare iniziative locali, migliorare la presenza femminile nell’informazione e contrastare stereotipi. Il suo femminismo cercò progressivamente alleanze con i movimenti per i diritti civili, con le comunità LGBTQ+ e con campagne internazionali, pur ricevendo critiche e confrontandosi con le tensioni interne al movimento.
La cosiddetta “seconda ondata” femminista, di cui Steinem divenne un volto, si sviluppò soprattutto tra gli anni Sessanta e Ottanta. A differenza della prima ondata, concentrata in larga parte sul voto e sui diritti giuridici fondamentali, mise al centro lavoro, famiglia, sessualità, salute, educazione e violenza. Non fu un gruppo unico né privo di conflitti: donne nere, lavoratrici e attiviste lesbiche contestarono spesso una narrazione troppo concentrata sulle esperienze bianche e di classe media.
La sua influenza raggiunse anche la cultura popolare. Scrisse libri e saggi, tra cui l’autobiografia “My Life on the Road”, e ispirò film, opere teatrali e serie televisive. Nel 2013 il presidente Barack Obama le conferì la Presidential Medal of Freedom, una delle più alte onorificenze civili statunitensi. Rimase attiva in età avanzata, producendo documentari, sostenendo nuove generazioni di organizzatrici e insistendo sul valore dell’ascolto rispetto alla celebrazione individuale.
La morte di Steinem chiude una biografia, non il dibattito aperto dal suo lavoro. Molte conquiste che negli anni Settanta sembravano radicali sono entrate nelle istituzioni e nel linguaggio comune; altre restano contestate o incomplete. La sua eredità più duratura sta forse nel metodo: trasformare storie personali in informazioni condivise, creare strutture capaci di sopravvivere ai singoli leader e ricordare che i cambiamenti culturali diventano più solidi quando si accompagnano a organizzazione politica e strumenti concreti.