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Sanità, spesa pubblica al 6,2% del PIL: 5,8 milioni di italiani rinunciano alle cure

L’analisi GIMBE colloca l’Italia ultima nel G7 per spesa sanitaria pubblica e misura un divario di oltre 36 miliardi rispetto alla media europea. Il governo rivendica 18 miliardi aggiuntivi in tre anni.

2 settembre 2026 · aggiornato alle 18:15 · Italia / Sanità / Economia · 3 min di lettura

A cura della · Come lavoriamo

Illustrazione editoriale IA di un corridoio di ospedale pubblico italiano con personale sanitario al lavoro e sedute d’attesa vuote
Illustrazione editoriale CurioMondo generata con IA per rappresentare questa notizia; non è una fotografia documentaria.
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Il punto in tre dati
6,2%la spesa sanitaria pubblica sul PIL nel 2025
5,8 mlngli italiani che nel 2024 hanno rinunciato a prestazioni
36 mldil divario stimato con la media europea

La spesa sanitaria pubblica italiana si è fermata nel 2025 al 6,2% del prodotto interno lordo, un decimo di punto in meno rispetto al 2024. L’analisi pubblicata oggi dalla Fondazione GIMBE, costruita sui dati OECD Health Statistics aggiornati al 17 luglio 2026, colloca l’Italia sotto la media dei Paesi OCSE e di quelli europei, entrambe pari al 7,1%. Il dato arriva mentre si apre il confronto sulla legge di Bilancio 2027 e trasforma una percentuale apparentemente tecnica in una scelta politica sulla quantità di cure che il servizio pubblico può garantire.

Il confronto pro capite rende il divario più concreto. Nel 2025 la spesa pubblica italiana è stata pari a 3.952 dollari per abitante a parità di potere d’acquisto: 909 dollari meno della media OCSE e 1.013 meno della media dei Paesi europei considerati. Quattordici Stati europei dell’area OCSE investono più dell’Italia; la distanza va dai 47 dollari della Spagna ai 4.774 della Germania, che raggiunge 8.726 dollari pro capite e destina alla sanità pubblica l’11% del PIL.

Secondo GIMBE, se l’Italia volesse allinearsi alla spesa media europea dovrebbe colmare un differenziale superiore a 36 miliardi di euro. Il divario non è nato nell’ultimo esercizio: fino al 2011 la spesa pro capite italiana era sostanzialmente in linea con quella europea, poi la distanza si è ampliata con i tagli, è cresciuta durante la pandemia — quando altri governi hanno investito più rapidamente — ed è aumentata ancora nel biennio 2023-2024 perché l’incremento nazionale è rimasto inferiore a quello dei partner.

L’effetto sui cittadini emerge dal dato sulla rinuncia alle prestazioni: nel 2024 circa 5,8 milioni di persone, quasi una su dieci, non hanno effettuato visite o esami di cui avevano bisogno per ragioni economiche o per difficoltà di accesso. Liste d’attesa, carenza di personale, pronto soccorso sotto pressione e differenze territoriali spingono chi può verso il privato; chi non dispone delle risorse necessarie tende invece a rimandare, con il rischio che diagnosi e trattamenti arrivino più tardi.

Il sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato ha contestato l’idea di un arretramento lineare, ricordando che negli ultimi tre anni il finanziamento è aumentato complessivamente di 18 miliardi. Le due letture possono coesistere perché misurano cose diverse: lo stanziamento nominale può crescere, ma il suo peso sul PIL e il valore reale delle risorse possono ridursi quando economia, prezzi, farmaci e costo del personale aumentano più velocemente. Per giudicare la capacità effettiva del sistema non basta quindi osservare quanti euro vengono aggiunti in bilancio.

La “parità di potere d’acquisto”, usata nel confronto internazionale, serve proprio a rendere comparabili Paesi nei quali gli stessi servizi hanno prezzi differenti. Non converte soltanto le valute: corregge il dato considerando quanto personale, tecnologia e assistenza si possono acquistare localmente con una certa somma. Anche questa misura ha limiti, perché i sistemi sanitari sono organizzati in modo diverso, ma evita che un confronto basato sui cambi di mercato faccia apparire ricco o povero un servizio solo per l’oscillazione di una moneta.

Il passaggio decisivo sarà la manovra 2027. Le Regioni devono finanziare i Livelli essenziali di assistenza e contemporaneamente rispettare i vincoli di bilancio; se le risorse non seguono l’aumento dei costi, la tensione si scarica su assunzioni, tempi di attesa, acquisto di apparecchiature e copertura dei servizi territoriali. Il Parlamento dovrà valutare non soltanto l’entità nominale del Fondo sanitario, ma la sua incidenza sul PIL, l’inflazione specifica della sanità e la distribuzione delle somme tra territori con bisogni differenti.

Fonti consultate

Testo originale CurioMondo. Ultimo aggiornamento editoriale: 2 settembre 2026, ore 18:15 italiane.