Europa · Migrazioni

Cinque Paesi UE accelerano sui centri di rimpatrio fuori dall’Europa

Il “gruppo dei cinque” punta a un’intesa con Paesi terzi e a primi trasferimenti dal 2027. Non sono ancora stati indicati i governi ospitanti.

5 settembre 2026 · aggiornato alle 06:50 · Mondo / Europa / Migrazioni · 4 min di lettura

A cura della · Come lavoriamo

Scena editoriale contestuale di una sala ministeriale a Copenaghen con le bandiere dei cinque Paesi europei e dell’Unione Europea
Illustrazione editoriale CurioMondo generata con IA per rappresentare questa notizia; non è una fotografia documentaria.
Il punto in tre dati
5 Paesiil gruppo riunito a Copenaghen
Fine 2026l’obiettivo per gli accordi con Stati terzi
2027l’orizzonte danese per i primi trasferimenti

Germania, Austria, Grecia, Danimarca e Paesi Bassi hanno concordato a Copenaghen passi operativi per creare centri di rimpatrio in Paesi esterni all’Unione Europea. I cinque governi vogliono raggiungere entro la fine del 2026 almeno un accordo con uno Stato terzo disposto a ospitare persone che non hanno più diritto di soggiornare nell’UE. I possibili partner non sono stati annunciati, perché i ministri sostengono che rendere pubblici i negoziati potrebbe comprometterli.

Il ministro dell’Interno tedesco Alexander Dobrindt ha presentato l’obiettivo come il passaggio dalla discussione politica alla costruzione di un modello comune. La Danimarca prevede di essere pronta per i primi trasferimenti entro la fine del 2027. Il gruppo tornerà a riunirsi a Monaco alla fine di settembre e intende aprire un dialogo con l’Organizzazione internazionale per le migrazioni e con l’Alto commissariato ONU per i rifugiati.

Un return hub non è un centro nel quale esaminare per la prima volta tutte le richieste d’asilo. Nella proposta europea riguarda persone raggiunte da una decisione di rimpatrio che non può essere eseguita rapidamente verso il Paese d’origine. Lo Stato terzo diventerebbe una destinazione intermedia o alternativa regolata da un accordo. Il nostro approfondimento sui return hub ricostruisce procedura, responsabilità e limiti che distinguono questi centri da altre forme di esternalizzazione dell’asilo.

La base politica è il nuovo sistema europeo dei rimpatri approvato a giugno. La normativa consente accordi con Paesi terzi che rispettino i diritti fondamentali, il diritto internazionale e il principio di non-refoulement, cioè il divieto di trasferire una persona dove rischi persecuzioni, tortura o trattamenti inumani. Queste garanzie devono essere valutate prima dell’accordo e controllate durante l’applicazione; scriverle nel testo non elimina automaticamente i rischi pratici.

Il Consiglio d’Europa e diverse organizzazioni umanitarie hanno espresso forti riserve. Temono che la distanza geografica renda più difficile accedere ad avvocati, ricorrere contro una decisione, verificare le condizioni materiali e stabilire chi risponde di eventuali violazioni. La Danish Refugee Council sostiene inoltre che i centri potrebbero riguardare numeri limitati senza ridurre le rotte pericolose, spostando invece costi e responsabilità verso Paesi con capacità istituzionali differenti.

I governi promotori replicano che l’attuale sistema esegue soltanto una parte dei rimpatri decisi e lascia molte persone in una condizione prolungata di irregolarità. Secondo questa linea, una destinazione terza credibile renderebbe le decisioni più effettive e potrebbe convincere i Paesi d’origine a collaborare. Il risultato dipenderà però da documenti di viaggio, identificazione, consenso dello Stato ospitante, possibilità di permanenza legale e risorse economiche per gestione e sorveglianza.

Restano aperte domande essenziali: chi potrà essere trasferito, per quanto tempo, con quale status, sotto quale giurisdizione e con quale prospettiva se il ritorno nel Paese d’origine resterà impossibile. Dovranno essere definite anche esclusioni per minori e persone vulnerabili, standard sanitari, ispezioni indipendenti e meccanismi di reclamo. Senza queste risposte, la formula “nuova opportunità in un Paese partner” usata dalla Danimarca non consente ancora di valutare la vita concreta nei centri.

Il prossimo passaggio osservabile sarà l’annuncio di un partner e del testo dell’accordo. Solo allora sarà possibile confrontare promesse e garanzie: finanziamento, gestione quotidiana, supervisione giudiziaria e possibilità reale di costruire una vita fuori dall’UE. Fino a quel momento il vertice di Copenaghen rappresenta un’accelerazione politica importante, ma non ancora l’avvio materiale dei trasferimenti.

Fonti consultate

Testo originale CurioMondo. Ultimo aggiornamento editoriale: 5 settembre 2026, ore 06:50 italiane.