I leader del Pacifico hanno espresso una preoccupazione collettiva per il test missilistico effettuato dalla Cina nelle acque della regione, ma non sono riusciti a trasformarla in una condanna unanime. Al termine del vertice annuale ospitato a Koror, capitale di Palau, Nauru si è dissociata dal passaggio del comunicato dedicato al lancio di luglio. Kiribati non era rappresentata nella giornata conclusiva a porte chiuse, durante la quale i capi di governo definiscono le posizioni comuni.
La formula approvata è politicamente significativa ma prudente: registra l’allarme per un missile balistico lanciato verso il Pacifico senza un preavviso ritenuto sufficiente da diversi Stati insulari, evitando però una censura più dura e senza nominare Pechino nel modo richiesto da alcuni partecipanti. Il presidente di Palau, Surangel Whipps Jr., aveva sollecitato maggiore trasparenza e rispetto della sovranità degli arcipelaghi. La Cina ha respinto le critiche e accusato il Paese ospitante di amplificare la vicenda.
Il Forum delle Isole del Pacifico riunisce 18 Paesi e territori, tra cui Australia e Nuova Zelanda, per coordinare scelte su clima, sicurezza, pesca, mobilità e sviluppo. Non è un’alleanza militare e le sue decisioni non diventano automaticamente obblighi giuridici. La sua forza deriva soprattutto dalla capacità di presentare una posizione regionale condivisa a potenze molto più grandi. Per questo il mancato consenso sul missile pesa più del linguaggio formale usato nel testo finale.
Nel metodo tradizionale del Forum, il consenso non equivale a una semplice maggioranza. I leader cercano una soluzione che nessun membro ritenga necessario bloccare, così che anche gli Stati più piccoli non siano schiacciati dal numero o dal peso economico dei vicini. Il dissenso di Nauru segnala quindi una frattura diplomatica visibile: la dichiarazione può esistere, ma non parla con la stessa autorità di un documento adottato senza riserve.
La posizione di Nauru si inserisce nel cambiamento dei suoi rapporti internazionali. Nel 2024 il governo ha interrotto le relazioni diplomatiche con Taiwan e ha riconosciuto la Repubblica popolare cinese. Palau, al contrario, resta uno dei pochi Paesi al mondo che mantengono legami ufficiali con Taipei. La disputa sulla presenza taiwanese al vertice e le pressioni cinesi sulla lista degli invitati hanno accompagnato l’intera riunione, trasformando una questione di sicurezza in un test più ampio sulla libertà decisionale della regione.
Il lancio ha anche riaperto il tema della militarizzazione del Pacifico. Per molte isole, lo spazio oceanico non è una zona vuota in cui le grandi potenze possono sperimentare sistemi a lunga gittata, ma il territorio da cui dipendono pesca, trasporti e sicurezza. Un missile che attraversa vaste aree senza informazioni tempestive alimenta timori sulla possibilità di incidenti, sulla gestione delle rotte aeree e marittime e sulla capacità dei piccoli Stati di ricevere dati affidabili prima di un test.
Australia e Nuova Zelanda hanno sostenuto la dichiarazione di preoccupazione, ma hanno evitato di presentare la divergenza come una rottura definitiva. Il primo ministro neozelandese Christopher Luxon ha sottolineato che il Forum ha comunque raggiunto una posizione politica, pur riconoscendo la dissociazione di Nauru. La scelta riflette il tentativo di preservare la cooperazione regionale su temi urgenti, soprattutto il clima, senza nascondere le differenti relazioni economiche e diplomatiche con Pechino.
Il risultato di Palau mostra quanto sia diventato difficile per gli arcipelaghi restare uniti mentre Cina, Stati Uniti e partner occidentali aumentano investimenti, accordi di sicurezza e presenza diplomatica. La prossima verifica arriverà con il vertice del 2027 in Nuova Zelanda. Fino ad allora, il comunicato sul missile resterà un segnale doppio: la maggioranza vuole regole e preavvisi più chiari, ma la competizione tra potenze è ormai capace di incidere sul meccanismo consensuale che per decenni ha protetto la voce collettiva del Pacifico.