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USA, le nuove restrizioni sul voto postale entrano in vigore mentre continuano i ricorsi

Nuovo sviluppo: USPS comunica che i requisiti sono operativi dal 27 agosto. La battaglia giudiziaria resta aperta e non equivale a un divieto generale del voto per posta.

Aggiornato 27 agosto 2026, 20:50 · Mondo / Stati Uniti / Politica · 6 min di lettura

A cura della · Come lavoriamo

Illustrazione editoriale generata con IA: lavorazione di schede postali con la Corte Suprema degli Stati Uniti sullo sfondo
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Il punto in tre dati
6–3la maggioranza con cui la Corte ha rimosso uno dei blocchi
23 Statii ricorrenti, insieme al Distretto di Columbia
1 bloccoresta attivo contro l’applicazione delle regole da parte dello USPS

AGGIORNAMENTO 27 AGOSTO — Lo United States Postal Service ha comunicato che i nuovi requisiti federali sul voto per corrispondenza sono ora in vigore, mentre i ricorsi giudiziari continuano. È un cambio di stato concreto rispetto alla decisione della Corte Suprema del 24 agosto: alcune misure passano dalla fase preparatoria a quella operativa. Restano però contestazioni davanti ai tribunali e la nuova disciplina non cancella in modo generale il voto postale, che continua a dipendere dalle regole dei singoli Stati.

La Corte Suprema degli Stati Uniti ha rimosso uno dei blocchi giudiziari che impedivano all’amministrazione di Donald Trump di portare avanti parti dell’ordine esecutivo sul voto per corrispondenza in vista delle elezioni di novembre. La decisione, approvata dalla maggioranza conservatrice con sei voti contro tre, non stabilisce che le restrizioni siano costituzionali. Dice invece che il ricorso presentato da 23 Stati, in gran parte guidati dai democratici, e dal Distretto di Columbia era prematuro perché le agenzie federali non avevano ancora compiuto azioni capaci di produrre un danno concreto agli Stati.

La distinzione è decisiva. La Corte non ha convalidato nel merito l’intero progetto della Casa Bianca e non ha chiuso la battaglia legale. Ha sospeso l’effetto di una delle ingiunzioni emesse dalla giudice federale Indira Talwani, lasciando però in piedi un secondo provvedimento nazionale che blocca il servizio postale dall’applicare una parte centrale delle nuove regole. Per ora, quindi, l’amministrazione ottiene spazio per preparare e coordinare alcune misure, ma non dispone di un via libera completo per cambiare immediatamente il modo in cui tutte le schede postali vengono inviate e consegnate.

L’ordine presidenziale, firmato a marzo, chiede al Dipartimento per la Sicurezza interna di compilare elenchi statali dei cittadini maggiorenni idonei a votare nelle elezioni federali. Indica inoltre al Dipartimento di Giustizia di dare priorità alle indagini e alle azioni contro funzionari locali accusati di aver consegnato schede a persone non ammesse al voto. Una sezione separata prevede nuovi contrassegni e codici sulle buste elettorali e ordina allo United States Postal Service di non trasmettere schede per corrispondenza di elettori che non risultino inseriti negli elenchi previsti.

Queste disposizioni toccherebbero un sistema amministrato soprattutto dagli Stati e dagli enti locali. Negli Stati Uniti non esiste una sola procedura nazionale per il voto postale: scadenze, verifica delle firme, modelli delle buste e modalità di richiesta cambiano da uno Stato all’altro. La giudice Talwani aveva concluso a giugno che il presidente non aveva l’autorità per imporre alcune modifiche e che Costituzione e leggi federali attribuiscono un ruolo centrale agli Stati e al Congresso. La maggioranza della Corte Suprema non ha smentito quella valutazione giuridica; ha ritenuto che, in questa fase, mancassero le condizioni perché gli Stati potessero contestare l’ordine.

Il provvedimento ufficiale chiarisce che l’assenza di un danno attuale non impedisce nuovi ricorsi. Se le agenzie federali adotteranno regole operative, chiederanno dati, minacceranno sanzioni o interferiranno con procedure già avviate, gli Stati potranno tornare in tribunale con elementi più concreti. È il motivo per cui la decisione viene descritta come una vittoria importante ma non definitiva per l’amministrazione Trump. Il calendario rende il passaggio particolarmente delicato: alcuni Stati devono cominciare a spedire le schede agli elettori militari e residenti all’estero già all’inizio di settembre.

Resta inoltre efficace l’ingiunzione emessa l’11 agosto in una causa distinta promossa da organizzazioni per i diritti di voto. Quel provvedimento impedisce allo USPS di rifiutare o limitare la consegna delle schede sulla base dell’ordine presidenziale. La Corte Suprema non è intervenuta su questo secondo blocco. Di conseguenza, l’interpretazione secondo cui la decisione avrebbe già vietato o eliminato il voto postale sarebbe falsa. Gli elettori continuano a seguire le regole del proprio Stato, mentre tribunali e amministrazioni discutono quali cambiamenti possano essere introdotti e con quali tempi.

La maggioranza ha accettato l’argomento del Dipartimento di Giustizia secondo cui le direttive interne rivolte alle agenzie non avevano ancora imposto obblighi immediati agli Stati. Le tre giudici liberali hanno dissentito. Sonia Sotomayor ha sottolineato che la decisione non affronta la legalità del tentativo presidenziale di intervenire nell’amministrazione delle elezioni di novembre. Ketanji Brown Jackson ha contestato l’idea che gli Stati debbano aspettare l’inizio dell’applicazione, sostenendo che preparare un sistema elettorale richiede tempo e che un intervento tardivo può produrre disordine difficile da correggere.

Il nodo tecnico riguarda soprattutto l’affidabilità degli elenchi federali. Registri di cittadinanza, dati della previdenza sociale e archivi di immigrazione sono stati creati per scopi diversi e possono contenere ritardi, errori o informazioni non allineate. Trasformarli in una lista operativa per la distribuzione delle schede richiede criteri di corrispondenza, procedure per correggere gli errori e garanzie per gli elettori esclusi per sbaglio. La stessa Corte osserva che il contenzioso potrà cambiare quando un’attività concreta mostrerà costi o rischi non più soltanto ipotetici.

L’amministrazione presenta il progetto come una misura di integrità elettorale e sostiene che serva a verificare la cittadinanza e a uniformare alcuni controlli. Trump ha ripetuto di voler ridurre fortemente l’uso delle schede postali, collegandole a frodi diffuse. Reuters e Associated Press ricordano che le prove disponibili non mostrano frodi su una scala capace di alterare sistematicamente i risultati. Per valutare la misura è quindi necessario separare l’obiettivo politico dichiarato dalle domande giuridiche: chi può fissare le regole, quali dati sono abbastanza affidabili e quali protezioni esistono per chi viene escluso erroneamente.

I prossimi segnali da seguire sono le istruzioni operative dello USPS, le richieste di dati del Dipartimento per la Sicurezza interna, gli eventuali nuovi ricorsi degli Stati e le decisioni dei tribunali sul secondo blocco nazionale. La notizia è importante perché modifica l’equilibrio giudiziario a meno di tre mesi dalle elezioni e consente all’amministrazione di avanzare su alcune parti del progetto. Ma la formula corretta resta prudente: la Corte Suprema ha rimosso un ostacolo procedurale, non ha deciso che il presidente possa riscrivere da solo le regole del voto postale negli Stati Uniti.

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Fonti consultate

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