Antonio Tajani ha chiesto sabato mattina più rigidità ai magistrati che decidono sugli arresti. Lo ha detto al Villaggio della legalità, a Roma, durante un’iniziativa di Forza Italia. Lo ricostruiscono, con le stesse frasi, LaPresse e il Corriere della Sera.
Una donna tra il pubblico lo ha interrotto: nelle borgate serve più sicurezza. Tajani ha risposto con l’esempio di un arresto a mezzanotte meno cinque. Gli agenti, ha detto, finiscono il turno ma restano in caserma tutta la notte per il verbale e la mattina vanno in tribunale.
«Il magistrato lo rimette in libertà», ha proseguito, e il giorno dopo quelle stesse persone se lo ritrovano a spacciare. Per questo, ha detto, serve più rigidità. Ha aggiunto che il governo è dalla parte delle forze dell’ordine, ma non decide che cosa fa la magistratura.
Sulle carceri piene ha chiesto comunque «segnali» perché, sono parole sue riportate da LaPresse, «i ceffi non possono agire impuniti». Ha chiuso così: «Colpirne uno per educarne cento: credo che serva e che anche alcuni magistrati debbano mettersi la mano sulla coscienza».
L’Associazione nazionale magistrati ha risposto che quelle parole lasciano esterrefatti e descrivono una logica contraria allo Stato di diritto. I magistrati, ha scritto, devono applicare la legge. La giustizia non è uno strumento di intimidazione e la sicurezza non si garantisce scaricandola sulla magistratura.
Francesco Petrelli, presidente dell’Unione delle camere penali, ha detto al Giornale che l’idea di pene esemplari non dovrebbe avere casa in uno Stato di diritto. La giurisdizione, ha aggiunto, non è uno strumento di governo: deve tutelare garanzie e diritti, e la sicurezza va perseguita dentro la Costituzione.
Né LaPresse né il Corriere legano l’intervento a un processo con un nome. Tajani ha parlato di un meccanismo: arresto a fine turno, verbale nella notte, decisione del magistrato la mattina, e la persona di nuovo in strada. L’esempio, così com’è riportato, resta senza un fascicolo.
