Due lavoratori sono stati estratti vivi il 4 settembre da un tunnel della centrale idroelettrica Upper Trishuli 3A, in Nepal, nove giorni dopo la catastrofe che ha travolto la valle del Trishuli. Le autorità li hanno identificati come Sanjay Sah, caposquadra meccanico, e Kabir Maharjan, supervisore. Le squadre hanno raggiunto i due uomini dopo avere udito voci provenire dall’interno; entrambi sono stati trasferiti in elicottero in un ospedale militare di Kathmandu, uno in condizioni critiche secondo le prime comunicazioni.
Il disastro del 26 agosto è stato innescato, secondo le ricostruzioni preliminari, dal collasso di una massa glaciale nell’area di confine tra Nepal e Tibet. Ghiaccio, roccia, acqua e fango hanno corso lungo le valli, distruggendo abitazioni e infrastrutture energetiche. I bilanci restano provvisori e differiscono fra fonti e orari: Reuters riferisce almeno 1.294 morti in Nepal e migliaia di dispersi, mentre le autorità cinesi hanno comunicato vittime e persone mancanti sul versante tibetano. Numeri così ampi richiedono aggiornamenti prudenti, non somme automatiche.
Sah ha raccontato a Reuters di essere rimasto nella sala di controllo per avvertire altri colleghi invece di uscire immediatamente. Quando ha provato a raggiungere la via di fuga, l’ingresso era ormai bloccato. Il suo racconto è una testimonianza personale raccolta dopo il salvataggio; non consente ancora di ricostruire tutti i movimenti delle decine di persone presenti nell’impianto. Mostra però perché un’emergenza industriale sotterranea richiede procedure di allarme, vie alternative e comunicazioni che funzionino anche quando elettricità e reti vengono interrotte.
Un tunnel idroelettrico convoglia l’acqua verso turbine poste a quota inferiore, trasformando il dislivello in energia. Normalmente è progettato per resistere alla pressione interna, non per essere investito dall’esterno da una colata eccezionale carica di detriti. Se portali e condotte vengono ostruiti, gli spazi d’aria residui possono proteggere temporaneamente chi si trova dentro, ma fango, ipossia, freddo e instabilità strutturale rendono il recupero estremamente rischioso. L’approfondimento sui tunnel idroelettrici spiega questo meccanismo.
Il ritrovamento è il primo salvataggio riuscito dai tunnel dei progetti idroelettrici colpiti lungo il fiume, secondo Reuters. Associated Press parla di circa cinquecento lavoratori che potrebbero essere rimasti intrappolati in più strutture, mentre altre stime considerano l’insieme dei dispersi attorno agli impianti. Le due categorie non coincidono: un lavoratore può risultare irreperibile senza trovarsi necessariamente sottoterra. Separare persone intrappolate accertate, presunte e semplicemente non contattabili evita di trasformare un’ipotesi operativa in un dato definitivo.
Le operazioni procedono con escavatori, pompe, sensori acustici e squadre capaci di muoversi in ambienti confinati. Rimuovere rapidamente le macerie può aprire un varco, ma può anche far crollare materiale instabile o liberare acqua accumulata. Per questo i soccorritori avanzano per settori, consolidano i passaggi e cercano segni di vita prima di allargare l’accesso. La sopravvivenza per nove giorni indica che in almeno una porzione del tunnel erano rimasti aria e uno spazio non completamente allagato; non permette di estendere la stessa speranza a ogni cavità.
La crisi ha una dimensione umanitaria ed economica. Le alluvioni hanno danneggiato migliaia di abitazioni e più progetti che forniscono elettricità a un Paese montuoso con grande potenziale idroelettrico. Le stime iniziali dei danni superano i due miliardi di dollari e le Nazioni Unite hanno promosso un appello per finanziare soccorsi e assistenza. La ricostruzione dovrà includere strade, ponti, reti locali e sistemi di allerta, non soltanto le centrali: senza accessi sicuri, anche un impianto tecnicamente riparabile resta isolato.
Nelle prossime ore la priorità resta individuare altre sacche accessibili e stabilizzare i due sopravvissuti. Le cause fisiche dell’evento saranno chiarite attraverso immagini satellitari, rilievi glaciologici e analisi della propagazione della piena. Un clima più caldo aumenta in molte regioni montane l’instabilità di ghiaccio e laghi glaciali, ma attribuire questo singolo collasso richiede uno studio specifico. La notizia verificata oggi è più circoscritta e straordinaria: due persone sono tornate alla luce dopo nove giorni in un’infrastruttura sepolta.
