La durata di un'aggressione non basta a escludere la violenza sessuale. È il punto delle motivazioni della Corte d'Appello di Milano, riportate l'8 ottobre, sulla condanna a un anno e due mesi di un ex sindacalista per la violenza su una hostess nel caso conosciuto come quello dei «30 secondi».
I giudici affermano che occorre accertare la presenza del consenso e che non esiste una durata minima dell'azione. La rapidità può cogliere la persona di sorpresa e impedirle di esprimere subito il proprio dissenso.
Nella valutazione della Corte, l'incredulità e pochi secondi di ritardo nella risposta verbale non indicano consenso: possono rientrare in una reazione passiva e nel disorientamento compatibile con il trauma.
La condanna nell'appello bis era stata pronunciata il 10 luglio, dopo due assoluzioni e il rinvio disposto dalla Cassazione. La novità di ottobre sono le ragioni della decisione, non una seconda condanna per lo stesso fatto.
Le motivazioni riguardano quel procedimento e la valutazione concreta delle prove. L'esito di questo grado di giudizio non va presentato, senza ulteriori elementi, come una sentenza divenuta definitiva.
