Tre simboli italiani, ricostruiti un mattoncino alla volta, sono riuniti a L’Aquila nel foyer del Cinema Teatro Zeta. La mostra presenta la Torre di Pisa, la Fontana di Trevi e la Basilica di Santa Maria di Collemaggio realizzate dal sardo Maurizio Lampis. L’esposizione è inserita nel programma di Abruzzimaginarium e resta visitabile dal 3 al 7 settembre nell’anno di L’Aquila Capitale italiana della Cultura 2026.
Il pezzo più legato alla città è il modello di Collemaggio. Misura 170 centimetri di lunghezza e quasi un metro e mezzo di larghezza, contiene circa 90.000 mattoncini e ha richiesto sette mesi di lavoro. La facciata, con il disegno geometrico bianco e rosso, costringe a tradurre un rivestimento medievale complesso in moduli molto piccoli senza perdere proporzioni e riconoscibilità.
Lampis ha spiegato di aver progettato e assemblato l’opera a mano, senza ricorrere a un software di modellazione. Prima della costruzione c’è quindi un lavoro di osservazione: bisogna contare le campate, individuare le simmetrie, scegliere quali dettagli conservare e quali semplificare. La difficoltà non è copiare ogni pietra, ma fare in modo che pochi elementi modulari restituiscano l’identità dell’edificio.
Una costruzione di questo tipo viene spesso chiamata diorama: non è soltanto il modello di un oggetto, ma una scena tridimensionale pensata per essere osservata da più punti di vista. Nel caso di Collemaggio il termine aiuta a capire la scala dell’insieme e il rapporto tra facciata, lati, tetto e base. Ogni correzione locale può modificare l’equilibrio dell’intera struttura.
La scelta della basilica non è casuale. Lampis ha raccontato di essere rimasto colpito da Collemaggio e dalla sua storia recente, segnata dal terremoto del 2009 e dal lungo percorso di restauro. La miniatura diventa così anche un omaggio alla città: un edificio fragile viene ricostruito con pezzi separati che acquistano stabilità soltanto quando lavorano insieme.
Accanto alla basilica, la Fontana di Trevi ha richiesto circa quattro mesi di costruzione. Qui il problema cambia: non prevalgono i motivi piani della facciata aquilana, ma statue, nicchie, rocce e acqua. La Torre di Pisa pone invece la sfida dell’inclinazione e della ripetizione degli archi. Le tre opere mostrano come lo stesso materiale possa imitare geometrie molto diverse.
Anche il trasporto fa parte del progetto. Il modello di Collemaggio è arrivato in città in furgone e ha richiesto un allestimento attento, perché le grandi costruzioni modulari sopportano male torsioni e vibrazioni. La misura dell’opera serve dunque non soltanto a stupire: racconta il lavoro invisibile di divisione in sezioni, sostegno, imballaggio e ricomposizione nello spazio espositivo.
L’obiettivo dichiarato da Lampis è costruire un’Italia in miniatura scegliendo un monumento rappresentativo per ogni regione. È un progetto che unisce artigianato, cultura popolare e divulgazione del patrimonio. Guardare un edificio ridotto a moduli rende più evidenti dettagli che dal vivo sfuggono: la sequenza di un colonnato, il ritmo delle aperture, la differenza tra una simmetria perfetta e le piccole irregolarità dell’architettura reale.
La mostra aquilana funziona quindi su due livelli. Per chi ama i mattoncini è una prova di pazienza e tecnica; per chi osserva i monumenti è un invito a rileggerli come sistemi di forme, materiali e memoria. L’ambizione di completare tutte le regioni trasforma tre modelli spettacolari nell’inizio di una mappa culturale costruita pezzo dopo pezzo.
