Il blocco dei negoziati tra Iran e Stati Uniti ha spinto nuovamente al rialzo il petrolio mercoledì 21 ottobre. Negli scambi citati da Reuters, il Brent è salito di 2,06 dollari a 110,85 dollari al barile e il WTI di 2,13 dollari a 99,95.
I prezzi cambiano durante la giornata, ma il movimento segnala che il mercato attribuisce un premio crescente al rischio di interruzioni nel Golfo e nello stretto di Hormuz.
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araqchi ha ribadito che Teheran resta disponibile alla diplomazia solo in presenza di garanzie considerate credibili. In un’intervista diffusa dai media iraniani ha sostenuto che i precedenti round negoziali sono stati seguiti da conflitti e che la fiducia verso Washington è ridotta.
Si tratta della posizione del governo iraniano, non di una verifica indipendente sulle responsabilità delle crisi citate.
Sul tavolo rimane il piano iraniano che prospetta la riapertura completa dello stretto di Hormuz entro sette giorni, a determinate condizioni. Washington avrebbe trasmesso osservazioni attraverso mediatori, tra cui Qatar e Pakistan, ma non risulta un’intesa sulla sequenza delle misure.
Gli Stati Uniti chiedono che il dossier nucleare entri immediatamente nel negoziato; Teheran vuole prima garanzie sulla sicurezza e sulle sanzioni.
La tensione non riguarda soltanto le dichiarazioni. Attacchi alla navigazione e obiettivi energetici nella regione aumentano il costo delle assicurazioni marittime e possono rallentare i carichi. Gli Houthi, allineati con l’Iran, hanno rivendicato azioni contro infrastrutture saudite. Ogni escalation rende più difficile distinguere tra oscillazioni speculative e perdite effettive di offerta, ma entrambe incidono sul prezzo pagato dagli importatori.
Un secondo fattore rialzista è arrivato dagli Stati Uniti. Dati preliminari dell’American Petroleum Institute indicavano una diminuzione di 4,9 milioni di barili delle scorte di greggio nella settimana terminata il 16 ottobre, insieme a cali di benzina e distillati.
Il dato ufficiale dell’Energy Information Administration deve essere letto separatamente: le stime di settore possono essere riviste e non coincidono sempre con la rilevazione federale.
Per l’Italia, un Brent stabilmente oltre 110 dollari tende a trasmettersi ai prezzi dei carburanti e ai costi di trasporto, anche se il passaggio non è immediato. Contano il cambio euro-dollaro, le scorte delle raffinerie, i margini industriali e la fiscalità.
Diesel più caro significa inoltre maggiori spese per logistica, agricoltura e distribuzione, con il rischio di riaccendere pressioni inflazionistiche sui beni importati.
L’Unione europea è esposta anche attraverso il gas e la sicurezza delle rotte. Una crisi prolungata nel Golfo può spingere gli acquirenti verso forniture alternative, aumentando la concorrenza con l’Asia. Le misure nazionali sui prezzi possono attenuare l’impatto nel breve periodo, ma non sostituiscono la diversificazione e il coordinamento europeo sulle riserve.
I segnali decisivi saranno l’accettazione di una sequenza negoziale, una riduzione verificabile degli attacchi e indicazioni operative sulla libertà di navigazione. Finché questi elementi mancano, il mercato continuerà a reagire alle dichiarazioni e agli incidenti con oscillazioni ampie, trasferendo parte dell’incertezza alle economie importatrici europee.
