La perdita di lavoratori qualificati costa all’Italia fino a circa 11 miliardi di euro ogni anno. È la stima centrale dello studio “Comprendere e contrastare il fenomeno della perdita dei talenti: la Roadmap per l’Italia”, realizzato da TEHA Group con Philip Morris Italia e presentato al Forum di Cernobbio. La ricerca indica che nel 2024 hanno trasferito la residenza all’estero 141 mila cittadini italiani; il 45% possedeva una laurea. Il dato descrive un fenomeno che incide insieme sulla demografia, sulla produttività e sulla capacità delle imprese di trovare competenze.
Il conto è costruito su due livelli. La formazione pubblica investita in persone che poi lavorano stabilmente fuori dal Paese viene valutata in 7,2 miliardi di euro l’anno. Aggiungendo il valore economico che quelle competenze avrebbero potuto generare in Italia, la forchetta sale tra 10,7 e 11,4 miliardi. Non è quindi una spesa che lo Stato versa in un’unica soluzione, ma una stima del capitale umano formato e del prodotto potenziale che il sistema nazionale non riesce a trattenere.
Nell’ultimo decennio, secondo la ricerca, sono partiti oltre 300 mila cittadini qualificati. Le imprese interpellate collocano al primo posto il divario tra retribuzioni e costo della vita, indicato dall’82,1% del campione. Seguono la sfiducia nelle istituzioni, con il 46,4%, e le opportunità professionali considerate insufficienti, con il 35,7%. Il 93,9% delle aziende giudica la perdita dei talenti problematica o molto problematica e circa una su due dichiara che l’effetto sull’attività è già rilevante.
Lo scenario senza correzioni proietta al 2035 una perdita cumulata di circa 760 mila laureati. In quel caso il valore della formazione non recuperata supererebbe 120 miliardi, mentre il Pil potenziale non prodotto potrebbe arrivare fino a 307 miliardi. Sono simulazioni, non previsioni certe: servono a mostrare la dimensione possibile del problema se partenze, ritorni e capacità di attrazione mantenessero le dinamiche assunte dal modello.
La ministra del Lavoro Marina Calderone ha contrapposto a questo quadro i dati più recenti sul 2025. Secondo la ministra, il numero degli italiani trasferiti all’estero per lavorare è sceso di oltre il 20%, mentre gli occupati hanno raggiunto quota 24,3 milioni, 1,3 milioni in più dall’inizio del mandato del governo. Calderone ha sottolineato inoltre la crescita dei rapporti stabili: a luglio oltre 16 milioni di lavoratori avevano un contratto a tempo indeterminato e, per ogni contratto a termine in meno, se ne sarebbero registrati quasi tre stabili in più.
Le due serie di dati non si annullano perché osservano periodi e oggetti differenti. Il trasferimento della residenza all’estero viene registrato amministrativamente e non coincide sempre con l’inizio di un lavoro fuori dall’Italia: una persona può cambiare residenza dopo mesi, rientrare senza farlo immediatamente o trasferirsi per studio e solo in seguito lavorare. Per confrontare correttamente le tendenze occorre quindi verificare definizioni, anno di riferimento e popolazione considerata, oltre al saldo tra partenze e rientri.
Trattenere competenze non significa impedire la mobilità, che può produrre esperienze e reti utili anche al Paese d’origine. La questione economica nasce quando il flusso è prevalentemente in uscita e l’Italia attrae meno profili qualificati di quanti ne perda. La roadmap proposta da TEHA punta per questo a una strategia coordinata tra imprese, istituzioni e formazione: salari sostenibili, percorsi professionali leggibili, ricerca, accesso ai finanziamenti, tecnologie e regole abbastanza stabili da favorire investimenti di lungo periodo.
Il miglioramento rivendicato dal governo dovrà essere verificato sui dati consolidati e sulla durata dei nuovi contratti, non soltanto sul loro numero. Il punto indicato dallo studio resta strutturale: un Paese recupera l’investimento educativo quando le competenze trovano condizioni per produrre innovazione, reddito e nuove imprese. I prossimi aggiornamenti Istat permetteranno di capire se il calo segnalato nel 2025 rappresenti un’inversione duratura o una variazione temporanea dentro una tendenza ancora ampia.
