Franco Fontana è morto a Modena all’età di 92 anni. La notizia, diffusa nel pomeriggio del 29 agosto da ANSA e confermata indipendentemente da Adnkronos, chiude il percorso di uno degli autori italiani più riconoscibili della fotografia del secondo Novecento. Nato a Cognento, frazione di Modena, il 9 dicembre 1933, Fontana ha lavorato per oltre sessant’anni facendo del colore non un semplice rivestimento della realtà, ma la materia stessa dell’immagine.
La sua firma visiva era immediata: orizzonti ridotti a fasce, muri trasformati in superfici astratte, ombre nette, cieli compatti e dettagli urbani isolati fino a perdere la loro funzione quotidiana. Davanti al suo obiettivo un campo, una strada o una facciata potevano diventare una costruzione di linee e campiture. La fotografia restava legata a un luogo reale, ma smetteva di limitarsi a descriverlo. Era un modo di vedere prima ancora che un genere.
I numeri raccontano la dimensione internazionale di questo lavoro. Secondo ANSA e Adnkronos, le opere di Fontana sono conservate in oltre cinquanta musei nel mondo; le mostre personali e collettive superano quota quattrocento e circa settanta libri gli sono stati dedicati in diversi Paesi. Sono dati che collocano la sua ricerca ben oltre il circuito nazionale e mostrano quanto il suo linguaggio sia stato riconosciuto da istituzioni, editori e collezionisti.
Fontana iniziò a fotografare nei primi anni Sessanta, in una fase in cui il bianco e nero conservava ancora una forte autorità culturale. Il colore era spesso associato alla pubblicità, alla stampa illustrata o alla riproduzione più fedele del mondo. La sua innovazione fu dimostrare che poteva essere autonomo: non serviva soltanto a dire di che colore fosse un oggetto, ma poteva stabilire ritmo, tensione, profondità e significato.
È questo il passaggio meno evidente e più importante della sua eredità. In una fotografia tradizionale il colore accompagna la forma; nelle immagini di Fontana spesso la genera. Due superfici cromatiche adiacenti possono diventare un confine, un volume o un paesaggio. Un’ombra può smettere di essere la conseguenza della luce e diventare un elemento compositivo indipendente. Il soggetto non sparisce, ma viene ricostruito dallo sguardo.
La lunga attività dell’autore ha attraversato paesaggi naturali, città, architetture, strade e presenze umane. Ha incluso anche collaborazioni editoriali e commissioni per aziende e istituzioni, portando il suo lessico visivo fuori dalle gallerie senza renderlo meno riconoscibile. Questa capacità di muoversi tra ricerca artistica, editoria e comunicazione spiega perché la sua influenza sia arrivata a pubblici differenti.
La relazione con Modena rimase centrale. La città gli ha dedicato mostre e progetti capaci di ripercorrere l’intero arco della sua produzione. In occasione dei novant’anni, la Fondazione Modena Arti Visive aveva rimesso a fuoco il legame tra il fotografo, il territorio e quella cultura italiana del progetto nella quale arte, design e industria si sono spesso osservati da vicino.
Parlare di “maestro del colore” rischia di sembrare una formula celebrativa, ma nel suo caso descrive un metodo preciso. Fontana selezionava, semplificava e comprimeva la realtà fino a far emergere rapporti che lo sguardo distratto tende a ignorare. Il colore era insieme soggetto, struttura e racconto. Per questo molte immagini mantengono una forza contemporanea anche dopo decenni: non dipendono da un evento o da una moda, bensì da un’organizzazione visiva estremamente rigorosa.
La sua scomparsa non è quindi una notizia marginale di spettacolo. Riguarda la cultura visiva italiana e un autore che ha contribuito a cambiare lo statuto artistico della fotografia a colori. La quantità di musei, esposizioni e pubblicazioni misura la diffusione dell’opera; la vera eredità, però, sta nell’aver insegnato a guardare un paesaggio come un insieme di decisioni, non come una veduta già pronta.
Fontana lascia un archivio vasto e una lezione semplice solo in apparenza: la realtà non è meno vera quando viene astratta. A volte sono proprio una linea, un’ombra e due colori a rivelare ciò che l’eccesso di dettagli nasconde. È in questa capacità di trasformare il visibile senza abbandonarlo che il suo lavoro continuerà a essere studiato e riconosciuto.
