Il presidente sudcoreano Lee Jae Myung ha detto venerdì 18 settembre che Seul non invierà truppe né mezzi militari per entrare nella guerra tra Stati Uniti e Iran. Lo ha detto in conferenza stampa a Cheong Wa Dae. Reuters, New York Times e Guardian riportano la stessa linea.
«Non ci sarà un dispiegamento che coinvolga o intervenga nella guerra. Posso dirlo con chiarezza», ha detto Lee. Ha ripetuto il principio di non coinvolgimento. Non è un voto parlamentare: è una dichiarazione del capo dello Stato.
Lee ha tenuto distinta la guerra dalla protezione delle navi coreane. Ha detto che il Paese deve fare «il minimo» che fanno altri per scortare petrolio, mercantili e connazionali. Questa parte resta in valutazione, non è un ordine di missione già firmato.
Seul esamina un’estensione della Cheonghae Unit, già al largo della Somalia per l’anti-pirateria. Un cacciatorpediniere e navi di supporto potrebbero avvicinarsi al Mar Rosso o a Hormuz, ha detto Lee. L’incarico sarebbe solo la scorta, non il sostegno alla guerra.
Donald Trump, secondo il New York Times, a agosto gli aveva chiesto «un piccolo aiuto», ricordando la presenza militare Usa in Corea. Washington non ha specificato in pubblico quale contributo pretenda. Quest’estate ha ridotto le esercitazioni congiunte.
In Corea l’ipotesi Hormuz è impopolare. Il Guardian cita proteste a Seul contro un eventuale invio. Lee risponde alla pressione interna e a quella americana nello stesso passaggio, senza chiudere la scorta civile-commerciale.
La differenza è operativa. Un’unità anti-pirateria che scorta petroliere coreane non equivale a un contingente sotto comando di guerra. Lee ha detto che non metterà militari sotto comando straniero in modo da esporli al conflitto.
I passaggi successivi sono un eventuale mandato formale alla Cheonghae e la reazione di Washington. Fino ad allora vale l’esclusione della guerra, non un nuovo schieramento a Hormuz. Reuters colloca l’annuncio al 18 settembre, ora di Seul.
