Inchiesta · Società e diritto

Denatalità, 355.772 nati: l’Italia perde anche i primi figli

In diciassette anni sono scomparse più di 220 mila nascite. Non pesa soltanto il numero delle potenziali madri: rinvio del primo figlio, lavoro, casa e servizi riducono anche la propensione ad avere figli.

22/10/2026 · 20:20 · 18 min di lettura

A cura della · Come lavoriamo

In sintesi

Coppia e ostetrica in un reparto maternità con molte culle vuote; illustrazione editoriale IA non documentaria.
Illustrazione editoriale CurioMondo generata con IA per rappresentare questa notizia; non è una fotografia documentaria.

Nel 2025 sono nati in Italia 355.772 bambini. Sono circa 14 mila in meno rispetto al 2024, una riduzione del 3,8 per cento. Il dato dell’Istat non è un’oscillazione isolata: dal 2008, quando le nascite superarono quota 576 mila, la contrazione è del 38,3 per cento.

Nei primi sette mesi del 2026 le nascite sono 196.864, l’1,1 per cento in meno rispetto allo stesso periodo del 2025. Il rallentamento del calo è reale ma provvisorio. Non basta un intervallo di pochi mesi per parlare di inversione, soprattutto quando la base demografica continua a restringersi.

La denatalità viene spesso ridotta a un solo numero o a un appello morale. In realtà nasce dall’incontro di due forze: diminuiscono le donne nelle età in cui si concentra la maternità e, in media, ogni donna ha meno figli. Separare questi effetti è il primo passo per capire quali politiche possano funzionare.

Il livello più basso e il meccanismo che lo produce

Il numero medio di figli per donna è sceso a 1,14 nel 2025, da 1,18 nel 2024. La stima provvisoria per gennaio-luglio 2026 indica 1,13. È un indicatore congiunturale: fotografa i comportamenti osservati in un anno, non il numero definitivo di figli che avrà una generazione.

La distinzione conta. Una parte delle nascite può essere soltanto rinviata e recuperata più avanti; un’altra parte non avverrà. Quando il primo figlio arriva tardi, però, la finestra biologica e organizzativa per i successivi si accorcia. Il rinvio prolungato può quindi trasformarsi in rinuncia.

Circa il 65 per cento dei nati ha una madre fra 30 e 40 anni. Molte donne di questa fascia appartengono alle generazioni nate fra il 1985 e il 1995, già meno numerose rispetto a quelle precedenti. Anche se la loro propensione ad avere figli fosse identica, il totale delle nascite sarebbe più basso.

Il secondo fattore è la fecondità. Se a una platea più piccola si applica un numero medio di figli in diminuzione, gli effetti si moltiplicano. Per questo una politica che agisce soltanto sul sostegno economico dell’anno di nascita rischia di arrivare troppo tardi rispetto alle decisioni su studio, lavoro e casa.

La denatalità italiana in cinque indicatori
IndicatoreDatoChe cosa segnala
Nati nel 2025355.772, -3,8%Nuovo minimo della serie recente
Nati gennaio-luglio 2026196.864, -1,1%Il calo rallenta ma non si arresta
Figli per donna1,14 nel 2025; 1,13 nel 2026 provvisorioLa fecondità resta molto bassa
Primi figli174.842, -3,7%Si restringe l’ingresso nella genitorialità
Età al primo figlio32 anniQuasi quattro anni più del 1995

Il primo figlio è il vero spartiacque

I primi figli nati nel 2025 sono 174.842, il 3,7 per cento in meno in un anno. I secondi sono 127.479 e calano del 4,8 per cento; i figli di ordine successivo sono 53.451, in diminuzione del 2,1 per cento. La flessione riguarda dunque tutta la sequenza familiare.

Concentrarsi sui primi figli evita un equivoco. Non è soltanto una questione di famiglie che si fermano a uno. Sempre più persone non entrano affatto nella genitorialità oppure lo fanno più tardi. Senza un primo figlio non può esistere il secondo, qualunque sia il desiderio dichiarato anni prima.

L’età media al parto è 32,7 anni; al primo figlio arriva a 32. Nel 1995 il primo figlio arrivava in media a 28,1 anni. Quasi quattro anni di slittamento incorporano trasformazioni positive, come studio e autonomia femminile, ma anche ostacoli: ingresso tardivo nel lavoro, precarietà e abitazioni costose.

Non si tratta di indicare un’età “giusta”. La libertà riproduttiva comprende decidere se e quando diventare genitori. Il problema pubblico emerge quando il calendario scelto è sistematicamente diverso da quello possibile per reddito, servizi o stabilità. In quel divario si misura una parte delle nascite mancate.

Istruzione: correlazione non significa colpa

Le donne con laurea registrano in media 1,09 figli e un’età al parto di 34,9 anni. Fra le donne con licenza media la fecondità è 1,58 e l’età media 29,7. La distanza è ampia, ma non dimostra che studiare causi automaticamente meno figli.

Un percorso formativo più lungo posticipa l’ingresso nel lavoro. Nei settori qualificati, i primi anni possono coincidere con contratti temporanei, tirocini e mobilità geografica. Il costo opportunità di una pausa può essere maggiore proprio quando la carriera è ancora fragile e i servizi per l’infanzia non coprono orari e territori.

Anche la selezione conta. Titolo di studio, reddito familiare, luogo di residenza e aspettative professionali sono collegati. Leggere una sola variabile come spiegazione completa porta a politiche sbagliate, per esempio incentivi concentrati su una categoria senza affrontare la continuità contributiva o la disponibilità di nidi.

La metrica utile è il divario fra figli desiderati e realizzati, osservato per coorte e non soltanto in un anno. Se la scelta finale resta inferiore alle intenzioni, il problema non è convincere le persone: è rimuovere vincoli. Se le intenzioni cambiano, le politiche devono comunque rispettare quella scelta.

La mappa: non esiste una sola Italia

Nel 2025 il Centro registra 1,07 figli per donna, il Nord 1,15 e il Mezzogiorno 1,16. La Sardegna scende a 0,85; la provincia autonoma di Bolzano arriva a 1,54 e quella di Trento a 1,24. Sicilia e Campania sono entrambe a 1,22.

Le differenze non seguono una linea semplice fra reddito e nascite. Territori relativamente ricchi possono avere abitazioni molto costose; aree con costo nominale più basso possono offrire meno lavoro e servizi. Conta l’intero pacchetto di opportunità disponibile a una coppia, non una singola voce del bilancio.

Il calo dei primi e dei secondi figli è più accentuato nel Mezzogiorno. L’emigrazione interna di giovani adulti riduce la popolazione potenzialmente interessata e separa le famiglie dalle reti di cura. Chi si trasferisce al Nord può trovare lavoro ma affrontare canoni elevati; chi resta può incontrare meno opportunità occupazionali.

Per questo i tassi regionali vanno affiancati a indicatori su occupazione femminile, tempi di pendolarismo, posti nei nidi e costo della casa. Un territorio può sostenere economicamente la nascita e rendere difficile la vita quotidiana dei genitori. La coerenza fra politiche è più importante della somma dei bonus.

Cittadinanza e composizione delle nuove famiglie

I bambini nati da due genitori italiani sono 275.330, il 77,4 per cento del totale. Sono diminuiti del 4,8 per cento rispetto al 2024 e del 42,6 per cento rispetto al 2008. È qui che il restringimento delle generazioni e la bassa fecondità producono la parte maggiore del calo assoluto.

Le nascite da due genitori stranieri sono 49.002 e diminuiscono del 3,1 per cento. Quelle da coppie miste sono 31.440 e crescono del 4,2 per cento. Complessivamente, 80.442 nati hanno almeno un genitore straniero: il 22,6 per cento del totale.

La quota sale al 31,2 per cento nel Nord e al 24,7 per cento nel Centro, mentre è il 10 per cento nel Mezzogiorno. La geografia riflette insediamento, lavoro e stabilizzazione delle comunità. Trattare la componente straniera come semplice “compensazione” demografica ignora integrazione, mobilità e convergenza dei comportamenti riproduttivi.

Le donne italiane hanno in media 1,07 figli, le straniere 1,74. Anche la seconda cifra è lontana da un automatismo di crescita e tende a cambiare con durata della permanenza, istruzione e condizioni economiche. La cittadinanza descrive un gruppo amministrativo eterogeneo, non un unico modello familiare.

Quasi una nascita su due avviene fuori dal matrimonio

Il 44,1 per cento dei bambini nasce da genitori non coniugati. Nel Centro la quota raggiunge il 50,1 per cento; in Sardegna il 59,4 e nel Lazio il 51,7. Basilicata e Calabria restano più basse, rispettivamente al 33 e al 35,7 per cento.

Il dato segnala una trasformazione delle forme familiari, non un indebolimento misurabile del legame genitoriale. Servizi e prestazioni devono funzionare per la famiglia reale, indipendentemente dallo stato civile. Vincolare procedure a un modello unico può aggiungere costi amministrativi senza produrre più nascite.

Anche le statistiche devono seguire i percorsi. Convivenze, separazioni, famiglie ricostituite e genitori soli hanno esigenze diverse. Un assegno universale semplifica una parte del sostegno, ma la cura quotidiana dipende da orari, residenza e accesso ai servizi.

Perché i bonus da soli non bastano

Un trasferimento monetario riduce il costo diretto e può essere decisivo per un bilancio fragile. L’Assegno unico universale ha reso più continuo il sostegno ai figli. Ma una decisione che impegna per anni risponde anche alla prevedibilità del reddito futuro e del tempo di cura.

Se un contratto scade tra sei mesi, un contributo una tantum non elimina l’incertezza. Se il nido chiude prima dell’uscita dal lavoro, la differenza ricade sui genitori. Se un bilocale assorbe metà del reddito, la nascita può richiedere una casa che il mercato locale non offre.

Le misure hanno inoltre tempi diversi. Il bonus opera subito; un nido richiede personale e programmazione; una politica abitativa produce effetti in anni. Valutarle tutte soltanto sul numero di nati dell’anno successivo sarebbe scorretto. Occorrono indicatori intermedi su occupazione, liste d’attesa, congedi e spesa abitativa.

La stabilità normativa è essa stessa una politica. Famiglie e imprese organizzano scelte su orizzonti lunghi. Cambiare requisiti, importi e scadenze ogni anno aumenta il valore dell’attesa: chi non sa se una misura resterà disponibile può rimandare proprio la decisione che dovrebbe essere sostenuta.

Lavoro e cura: la penalità non è distribuita allo stesso modo

La nascita modifica ore lavorate, reddito e progressione professionale soprattutto per le madri. Dove il congedo dei padri resta breve o poco utilizzato, il datore di lavoro anticipa una distribuzione asimmetrica delle assenze. Anche senza discriminazione esplicita, le opportunità possono divergere.

Rendere più equilibrati i congedi riduce questa aspettativa e costruisce competenze di cura condivise. La retribuzione del congedo conta quanto la durata: una famiglia con redditi bassi non può usare settimane formalmente disponibili se la perdita economica è troppo alta.

I servizi devono coprire anche lavoro a turni, pendolarismo e piccoli comuni. Il numero nazionale di posti non descrive la possibilità concreta di ottenere un posto vicino, con una tariffa sostenibile e un calendario coerente. Il dato da pubblicare è l’accesso effettivo, non soltanto la capacità autorizzata.

La stessa logica vale per il secondo figlio. Chi ha sperimentato un primo anno segnato da liste, dimissioni o orari incompatibili aggiorna le proprie aspettative. La qualità dell’esperienza dopo la prima nascita può influire sulla scelta successiva più di un annuncio economico.

Casa, mobilità e distanza dalle reti familiari

Un’abitazione adatta non è necessariamente grande, ma deve essere stabile e accessibile. Canoni elevati, contratti brevi e richieste di garanzie colpiscono in particolare chi è all’inizio della carriera. L’acquisto richiede anticipo e redditi documentabili che molti giovani non hanno ancora accumulato.

La mobilità per lavoro crea un paradosso. Trasferirsi può aumentare il reddito, ma allontana dai nonni e da reti che riducono il costo della cura. Restare vicino alla famiglia può abbassare le spese informali e limitare le opportunità professionali. Entrambe le scelte hanno un prezzo.

L’inchiesta sulla povertà, gli affitti e i divari territoriali mostra come il canone agisca prima delle altre spese. Per una nuova famiglia, quel vincolo entra nel calcolo ancora prima della nascita e può determinare se esiste una stanza in più.

Come misurare una politica per la natalità

Il numero annuale dei nati resta essenziale, ma non può essere l’unica pagella. È influenzato dalla dimensione delle generazioni, dai rinvii e da shock temporanei. Una valutazione seria separa tasso di fecondità, ordine di nascita, età, territorio e cittadinanza.

Servono poi indicatori di processo: quota di bambini ammessi al nido, costo netto per reddito, utilizzo dei congedi da parte dei padri, occupazione delle madri dopo dodici e trentasei mesi, spesa abitativa e divario fra figli desiderati e avuti.

La comparazione va fatta fra gruppi simili e per più anni. Se un comune apre posti al nido, il primo risultato osservabile può essere il rientro al lavoro, non una nascita immediata. Se una misura riduce l’abbandono occupazionale senza aumentare subito la fecondità, ha comunque rimosso un vincolo importante.

Infine occorre dichiarare ciò che una politica non controlla. Mutamenti culturali, relazioni, salute riproduttiva e preferenze individuali non sono variabili amministrative. Il compito pubblico non è fissare un numero di figli, ma rendere praticabile la scelta di chi li desidera.

Il punto: meno persone e meno tempo disponibile

Le 355.772 nascite del 2025 sono il risultato di una struttura demografica costruita in decenni e di decisioni prese nel presente. Il calo delle potenziali madri non può essere invertito rapidamente; la distanza fra desideri e possibilità, invece, può essere ridotta.

Il primo figlio è il passaggio decisivo perché concentra incertezza economica, cambiamento della cura e rischio professionale. Sostenere soltanto chi è già genitore lascia scoperta la fase in cui una coppia valuta se può diventarlo. È lì che casa, lavoro e servizi devono apparire credibili.

Il rallentamento osservato nel 2026 merita attenzione, non celebrazione. Una svolta richiederebbe più anni, coorti e indicatori coerenti. Nel frattempo la risposta più solida è costruire condizioni stabili: non promettere nascite, ma restituire tempo e possibilità alle persone.

Domande frequenti

Quanti bambini sono nati in Italia nel 2025?

L’Istat registra 355.772 nati residenti, il 3,8 per cento in meno del 2024. Rispetto al 2008 la diminuzione supera 220 mila unità.

Il calo dipende soltanto dal fatto che ci sono meno donne giovani?

No. La platea delle potenziali madri è più piccola, ma è diminuito anche il numero medio di figli per donna. I due effetti si rafforzano.

Perché sono importanti i primi figli?

Misurano l’ingresso nella genitorialità. Se il primo figlio viene rinviato o non arriva, si riduce anche la possibilità di avere un secondo figlio negli anni successivi.

Nel 2026 le nascite stanno risalendo?

No. Nei primi sette mesi del 2026 sono ancora diminuite dell’1,1 per cento. Il calo è più lento, ma il dato è provvisorio e non indica ancora un’inversione.

Quali politiche possono incidere?

Trasferimenti stabili, servizi educativi accessibili, congedi condivisi, lavoro prevedibile e abitazioni sostenibili agiscono su vincoli diversi. Nessuna singola misura può compensare tutte le cause.

Fonti

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Redazione CurioMondo · Testo originale. Ultimo aggiornamento editoriale: 22/10/2026 · 20:20 (ora italiana). Come lavoriamo

Illustrazione editoriale CurioMondo generata con IA per rappresentare questa notizia; non è una fotografia documentaria