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Povertà in Italia, 5,4 milioni di persone: affitti e divari allargano la frattura

Il dato nazionale è fermo, ma sotto la media si muovono differenze profonde: vivere in affitto, crescere figli, avere una cittadinanza straniera o abitare nel Mezzogiorno cambia radicalmente il rischio.

22/10/2026 · 10:18 · 17 min di lettura

A cura della · Come lavoriamo

In sintesi

Famiglia italiana esamina spese domestiche e ricevute con un’assistente sociale; illustrazione editoriale IA non documentaria.
Illustrazione editoriale CurioMondo generata con IA per rappresentare questa notizia; non è una fotografia documentaria.

Nel 2025 oltre 2,1 milioni di famiglie residenti in Italia, per un totale di circa 5,4 milioni di persone, vivono in povertà assoluta. La stima dell’Istat è sostanzialmente stabile rispetto all’anno precedente. La stabilità, però, non è una buona notizia: significa che l’area del bisogno resta vasta anche dopo la discesa dell’inflazione generale.

La soglia non è una cifra uguale per tutti. L’Istat calcola il valore monetario del paniere minimo necessario a una vita accettabile distinguendo composizione familiare, età, area geografica e dimensione del comune. Una famiglia è povera in senso assoluto quando la sua spesa mensile per consumi resta sotto quella soglia specifica.

Il dato medio nasconde almeno quattro fratture: casa, territorio, struttura familiare e cittadinanza. Per capirle non basta contare i beneficiari di una misura. Occorre seguire il bilancio domestico dalla disponibilità iniziale fino all’affitto, alla spesa alimentare, ai trasporti, alla scuola e alle cure che vengono rinviate.

La fotografia Istat: stabilità non significa miglioramento

L’incidenza della povertà assoluta familiare resta vicina all’8 per cento, mentre quella individuale supera il 9 per cento. Sono percentuali che descrivono una condizione persistente, non una caduta improvvisa. La stima Istat per il 2025 segnala inoltre un’intensità del 18,5 per cento.

L’intensità misura quanto, in media, la spesa delle famiglie povere è distante dalla soglia. Due territori possono avere la stessa incidenza ma situazioni diverse se, nel primo, molte famiglie si collocano appena sotto il limite e, nel secondo, la distanza è molto maggiore. Per questo il numero delle persone non esaurisce la gravità del fenomeno.

La povertà assoluta non coincide con la povertà relativa, che confronta la spesa familiare con uno standard medio nazionale. Non coincide neppure con il rischio di povertà calcolato sul reddito. Le misure osservano aspetti differenti e possono muoversi in direzioni non perfettamente allineate.

Questa distinzione è essenziale quando si valutano politiche pubbliche. Un trasferimento può portare una famiglia sopra una soglia reddituale e lasciare irrisolti un canone eccessivo, una casa inefficiente o costi di trasporto inevitabili. Allo stesso modo, un lavoro discontinuo può aumentare il reddito annuo senza garantire liquidità nei mesi critici.

Le principali fratture della povertà in Italia
FattoreDato ufficialeChe cosa indica
PersoneCirca 5,4 milioni in povertà assoluta nel 2025La platea resta ampia e stabile
Territorio38,4% a rischio di povertà o esclusione nel MezzogiornoIl divario non è spiegato da un solo indicatore
Cittadinanza41,5% nelle famiglie con almeno uno stranieroMercato del lavoro e casa amplificano la vulnerabilità
Affitto18,1% delle famiglie vive in locazioneIl canone assorbe reddito prima delle altre spese
Sostegno690 mila nuclei con ADI a giugno 2026La misura è ampia ma non copre ogni forma di disagio

La geografia del bisogno non segue solo il costo della vita

Il 38,6 per cento delle famiglie in povertà assoluta vive nel Mezzogiorno, il 45,3 per cento nel Nord e il 16,1 per cento nel Centro. Queste quote descrivono dove si trovano le famiglie povere, ma vanno lette insieme all’incidenza sulla popolazione locale. Nel Sud il rischio resta molto più concentrato.

L’indagine europea sui redditi e sulle condizioni di vita mostra un contrasto netto: nel 2025 è a rischio di povertà o esclusione sociale il 38,4 per cento della popolazione del Mezzogiorno, contro l’11,3 per cento del Nord-est. È un indicatore più ampio della povertà assoluta, perché include bassa intensità di lavoro e grave deprivazione.

La distanza territoriale nasce dall’intreccio fra occupazione, salari, composizione delle famiglie e servizi. Dove trasporto pubblico, asili o assistenza sono meno accessibili, una spesa apparentemente privata sostituisce un servizio che altrove riduce il costo della vita. Il reddito disponibile non dice quindi tutto sul benessere effettivo.

Anche i prezzi locali contano. Le soglie Istat sono differenziate proprio perché vivere in un grande centro del Nord non costa come vivere in un piccolo comune del Sud. Tuttavia, un costo nominale più basso non compensa necessariamente una minore probabilità di lavoro stabile o una rete di servizi più fragile.

L’affitto è il moltiplicatore silenzioso

Nel 2025 il 18,1 per cento delle famiglie italiane, circa 4,8 milioni di nuclei, vive in affitto. La spesa media mensile è di 438 euro e aumenta del 3,6 per cento in un anno. La media include contratti e città molto diversi, ma rende visibile una voce che arriva prima di quasi ogni altra scelta di consumo.

Chi possiede la casa può avere un reddito basso e affrontare manutenzioni o mutuo. Chi paga un canone, invece, deve sottrarre ogni mese una quota rigida alla spesa disponibile. Se il reddito è discontinuo, il costo non si adatta: una mensilità di lavoro persa può trasformarsi rapidamente in arretrato.

La questione abitativa incrocia la povertà energetica. Un appartamento economico ma inefficiente può richiedere bollette elevate; una zona periferica può imporre due automobili o lunghi spostamenti. Confrontare soltanto il canone significa ignorare le spese necessarie per abitare davvero quella casa.

La rilevazione Istat sui consumi aggiunge un altro segnale: il 43,8 per cento delle famiglie dichiara di avere ridotto quantità o qualità degli acquisti di abbigliamento, con una quota che sale al 52,1 per cento nel Mezzogiorno. Il taglio alle spese comprimibili precede spesso la rinuncia ai beni essenziali.

Minori e famiglie straniere: il rischio si accumula

La presenza di figli aumenta bisogni che non possono essere rinviati: alimentazione, abiti, scuola, trasporti, salute e cura. Una famiglia numerosa non divide semplicemente le spese per più persone. Alcuni costi crescono quasi uno a uno, mentre un genitore può ridurre le ore lavorate quando i servizi non coprono la giornata.

La povertà minorile produce effetti che vanno oltre il consumo presente. Una connessione debole, l’assenza di uno spazio tranquillo, la rinuncia a sport o visite possono restringere opportunità educative e relazioni. Il bilancio pubblico del fenomeno comprende quindi anche ciò che emergerà negli anni successivi.

Per le famiglie con almeno un cittadino straniero, il rischio di povertà o esclusione sociale raggiunge il 41,5 per cento, contro il 20,1 per cento delle famiglie composte soltanto da italiani. Il divario rilevato da Istat nelle condizioni di vita è troppo ampio per essere spiegato da un’unica causa.

Pesano la concentrazione in lavori meno pagati o stagionali, la difficoltà di accesso al credito e un mercato degli affitti nel quale garanzie e discriminazioni restringono la scelta. Cambia anche la disponibilità di reti familiari patrimonializzate. Il reddito da lavoro può esserci, ma una spesa imprevista trova meno protezioni.

Lavorare non sempre protegge dalla povertà

La distinzione tra occupati e non occupati è insufficiente. Contano numero di percettori, mesi lavorati, orario, retribuzione e prevedibilità. Un contratto breve o poche ore settimanali possono non sostenere un nucleo con figli, soprattutto se il lavoro richiede trasporto o assistenza a pagamento.

Il lavoro povero non è soltanto salario orario basso. È anche una combinazione di part-time involontario, discontinuità, ritardi nei pagamenti e impossibilità di pianificare. Una famiglia può risultare occupata nelle statistiche e trovarsi senza liquidità fra un contratto e l’altro.

Per capire se un sostegno scoraggia il lavoro occorre guardare le regole effettive, non un confronto astratto fra assegno e stipendio. La perdita graduale o improvvisa del beneficio, le spese di cura e trasporto e l’incertezza del contratto determinano il guadagno netto reale di un’occupazione.

La politica efficace collega reddito minimo, servizi per l’impiego, formazione e cura. Se manca un asilo o un collegamento, il problema non si risolve con un corso. Se manca una competenza richiesta, il trasferimento economico protegge il presente ma non crea da solo un percorso professionale.

Assegno di inclusione: che cosa copre e che cosa resta fuori

Dall’avvio nel gennaio 2024, più di un milione di nuclei hanno ricevuto almeno un pagamento dell’Assegno di inclusione, coinvolgendo circa 2,4 milioni di persone. A giugno 2026 i nuclei beneficiari sono 690 mila e l’importo medio mensile è di 672 euro, secondo l’Osservatorio INPS.

Fra i nuclei pagati a giugno, 251 mila hanno minori, 288 mila persone con disabilità, 366 mila componenti con almeno sessant’anni e 254 mila carichi di cura. Le categorie possono sovrapporsi. La composizione mostra che l’ADI è costruito intorno a condizioni di fragilità definite dalla legge, non come sussidio universale alla disoccupazione.

Il Supporto per la formazione e il lavoro ha raggiunto 278 mila persone dall’avvio; circa l’80 per cento risiede nel Sud e nelle isole. Il dato segnala la geografia della domanda, ma non dimostra automaticamente l’esito occupazionale. Partecipazione, completamento e lavoro ottenuto sono passaggi distinti.

Trasferimenti e servizi non sono intercambiabili. Il pagamento affronta un deficit immediato; presa in carico sociale, orientamento e collocamento richiedono personale, tempi e offerte disponibili. Se il comune o il centro per l’impiego è sovraccarico, l’attivazione prevista sulla carta può diventare un adempimento anziché un progetto individuale.

Per orientarsi fra sostegni diversi è utile distinguere l’ADI dall’Assegno unico universale, rivolto ai figli a carico e graduato anche attraverso l’ISEE. Sommare le due misure senza separarne scopo e requisiti porta a valutazioni fuorvianti sulla copertura reale.

I servizi locali sono la parte meno visibile

Il Fondo povertà finanzia il rafforzamento dei servizi sociali e gli interventi collegati ai percorsi di inclusione. La quota servizi è indicata dal Ministero del Lavoro in 496,7 milioni per il 2024, 467,8 milioni per il 2025 e 412 milioni per il 2026. Le risorse, però, diventano risultati soltanto quando si trasformano in équipe e progetti.

La capacità di spesa varia fra ambiti territoriali. Assunzioni, formazione, gare e collaborazione sanitaria richiedono amministrazioni stabili. Dove il personale ruota o un assistente sociale segue troppi casi, la valutazione multidimensionale rischia di ridursi alla verifica documentale.

Un servizio efficace identifica il vincolo principale: casa, salute mentale, dipendenza, violenza, disabilità, cura dei figli, competenze o debito. Trattare tutti i nuclei come se mancasse soltanto il lavoro può spostare il problema. Al contrario, escludere a priori l’occupazione priva le persone di un’opportunità.

La misurazione dovrebbe seguire non solo quanti patti vengono firmati, ma quante condizioni cambiano: stabilità abitativa, frequenza scolastica, continuità delle cure, debiti evitati, occupazione mantenuta. Sono risultati più difficili da raccogliere, ma descrivono meglio l’uscita dalla povertà.

Che cosa rivelano i consumi tagliati

Quando i prezzi aumentano, le famiglie non reagiscono tutte nello stesso modo. Chi ha margine riduce il risparmio; chi ha poco margine sostituisce prodotti, rinvia acquisti e limita mobilità o riscaldamento. Per questo un’inflazione media dell’1,6 per cento può convivere con una pressione maggiore sui bilanci fragili.

Nel 2025 l’indice armonizzato cresce dell’1,7 per cento per il quinto di popolazione con minore capacità di spesa, appena sopra la media generale. La differenza numerica sembra piccola, ma incide su un paniere con meno voci eliminabili. Un euro in più su energia o alimenti non equivale a un euro in più su un acquisto rinviabile.

Le rinunce sono anche un indicatore anticipatore. Se una famiglia compra meno vestiti, riduce la qualità del cibo o rinvia il dentista, potrebbe restare sopra la soglia di povertà assoluta e vivere comunque una vulnerabilità concreta. Una statistica annuale fotografa il punto raggiunto, non sempre il percorso che lo precede.

La notizia sui dati Istat della povertà assoluta offre la fotografia iniziale. L’inchiesta mostra perché il totale resta difficile da ridurre: le cause agiscono insieme e chiedono strumenti diversi, coordinati nel tempo.

Una politica misurabile: reddito, casa e servizi nella stessa verifica

Il primo controllo è la copertura: quanti nuclei in povertà soddisfano i requisiti e quanti ricevono davvero il sostegno. Il secondo è l’adeguatezza, cioè la distanza residua dal paniere minimo dopo trasferimento e spese abitative. Il terzo riguarda la continuità durante rinnovi, variazioni familiari e passaggi al lavoro.

Sulla casa servono indicatori separati per canone, sfratti, edilizia sociale, sovraffollamento ed efficienza energetica. Un bonus temporaneo può assorbire un picco, ma non aumenta l’offerta di alloggi accessibili. Costruzione, recupero e mobilità abitativa hanno tempi lunghi e vanno valutati su orizzonti pluriennali.

Per i servizi, la metrica decisiva non è solo il denaro trasferito agli enti. Contano operatori effettivamente in servizio, carico di casi, tempi di presa in carico e accesso a nidi, salute e formazione. Pubblicare questi dati con definizioni uniformi renderebbe visibili i territori in cui il diritto esiste ma arriva tardi.

La povertà non è una caratteristica immutabile delle persone. È l’esito di risorse insufficienti rispetto ai costi e ai vincoli di una fase di vita. Ridurla richiede protezione immediata e rimozione degli ostacoli che la riproducono. Se una delle due parti manca, la stabilità statistica diventa immobilità sociale.

Domande frequenti

Che cosa significa povertà assoluta?

Indica una spesa per consumi inferiore al costo di un paniere di beni e servizi essenziali. La soglia varia per composizione della famiglia, età, area geografica e dimensione del comune.

Quante persone sono in povertà assoluta in Italia?

La stima Istat riferita al 2025 è di circa 5,4 milioni di persone, appartenenti a oltre 2,1 milioni di famiglie. Il livello è sostanzialmente stabile rispetto al 2024.

Perché l’affitto aumenta il rischio?

Il canone è una spesa mensile rigida che riduce la quota disponibile per alimentazione, energia, trasporti e salute. L’effetto cresce quando il reddito è basso o discontinuo.

L’Assegno di inclusione copre tutte le famiglie povere?

No. L’accesso dipende da requisiti economici, familiari e di residenza. La platea dell’ADI e quella misurata dall’Istat non coincidono, perché strumenti e definizioni rispondono a scopi differenti.

Quale dato misura meglio l’efficacia degli aiuti?

Nessun dato singolo basta. Occorre seguire copertura, importo netto dopo la casa, continuità dei pagamenti, accesso ai servizi e uscita duratura dalla condizione di bisogno.

Fonti

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Redazione CurioMondo · Testo originale. Ultimo aggiornamento editoriale: 22/10/2026 · 10:18 (ora italiana). Come lavoriamo

Illustrazione editoriale CurioMondo generata con IA per rappresentare questa notizia; non è una fotografia documentaria