Uber eliminerà circa 3.300 posti di lavoro, pari al 10% dei suoi dipendenti nel mondo, nella più ampia riduzione di organico dalla crisi provocata dalla pandemia nel 2020. L’amministratore delegato Dara Khosrowshahi ha presentato il piano come una semplificazione della struttura costruita durante anni di crescita: meno livelli di coordinamento, responsabilità più chiare e decisioni più rapide, con i risparmi destinati alle attività considerate decisive per il futuro.
Il gruppo contava circa 34.000 dipendenti alla fine del 2025. I tagli colpiranno anche ruoli non manageriali, ma una parte importante dell’intervento riguarda la catena di comando: il numero di persone collocate sette o più livelli sotto l’amministratore delegato verrà ridotto del 20%, mentre le micro-squadre con uno o due riporti diretti saranno quasi dimezzate. Alcuni team verranno unificati e una quota maggiore del personale sarà concentrata negli hub principali.
Cambierà anche l’organizzazione del lavoro. Le posizioni completamente da remoto saranno limitate a circa l’1% dell’organico, pur restando la regola dei tre giorni settimanali in ufficio. Uber non ha indicato in quali Paesi cadranno i licenziamenti né come saranno distribuiti tra funzioni aziendali, un dettaglio rilevante perché consultazioni sindacali, preavvisi e tutele cambiano molto tra Stati Uniti, Europa e altri mercati.
Khosrowshahi non ha attribuito direttamente la riduzione all’intelligenza artificiale, diversamente da altri dirigenti tecnologici che hanno collegato i tagli all’automazione. Il nodo dichiarato è la complessità organizzativa. L’azienda sta comunque sostenendo costi elevati per gli strumenti di IA e, secondo indiscrezioni di stampa richiamate da Reuters, il budget 2026 destinato a queste tecnologie sarebbe stato consumato nei primi quattro mesi.
La priorità strategica più evidente è la guida autonoma. Uber prevede di investire più di 10 miliardi di dollari nei robotaxi nei prossimi anni, finanziando società che sviluppano sistemi autonomi e cercando di trasformare la propria applicazione nel mercato di riferimento anche per le corse senza conducente. Il rischio è che operatori come Waymo amplino servizi propri e riducano il bisogno dell’intermediazione di Uber tra veicolo e passeggero.
Qui sta il gancio industriale della notizia: Uber non produce in massa automobili autonome e non vuole necessariamente diventare un costruttore. Il suo vantaggio è la piattaforma che abbina domanda, prezzi, pagamenti e disponibilità dei mezzi. Se i proprietari delle flotte robotaxi scegliessero di raggiungere direttamente i clienti, quel ruolo perderebbe valore; se invece preferissero usare una rete già diffusa, l’app potrebbe restare centrale anche quando al volante non ci sarà più una persona.
La pressione non arriva soltanto dai robotaxi. Nel settore delle consegne Uber Eats compete con DoorDash, Instacart e piattaforme locali, e il gruppo ha cercato scala attraverso operazioni come l’acquisizione di Delivery Hero da 14,8 miliardi di dollari. Sul mercato azionario il titolo aveva perso quasi l’8% dall’inizio dell’anno prima dell’annuncio, facendo peggio sia dell’indice S&P 500 sia della rivale Lyft; alla notizia della ristrutturazione le azioni sono salite di quasi il 2%.
I conducenti e i corrieri che usano la piattaforma non fanno parte del conteggio dei 34.000 dipendenti perché sono generalmente classificati come lavoratori indipendenti. La riduzione riguarda quindi la struttura aziendale: ingegneria, operazioni, assistenza, vendite e funzioni di gestione. La verifica arriverà nei prossimi trimestri, quando sarà possibile capire se l’organizzazione più piatta accelera davvero lo sviluppo o se la perdita di competenze rallenta l’esecuzione proprio mentre la mobilità autonoma entra in una fase competitiva.
