Migliaia di persone hanno attraversato il centro di Tunisi nella più grande manifestazione contro il presidente Kais Saied degli ultimi anni. Il corteo, guidato dalla UGTT insieme a organizzazioni della società civile, ha riunito partiti di opposizione, avvocati, medici, giornalisti, disoccupati e cittadini colpiti dalla crisi economica e dal peggioramento dei servizi pubblici.
La marcia si è svolta lungo Avenue Habib Bourguiba, il viale simbolo delle proteste del 2011. Alcuni partecipanti hanno ripreso lo slogan «il popolo vuole la caduta del regime», collegando la mobilitazione attuale alla rivoluzione che aprì la stagione delle primavere arabe. Le richieste comprendono rilascio dei detenuti politici, tutela delle libertà, rispetto dei diritti sindacali e risposte economiche immediate.
Il malcontento nasce da problemi concreti: interruzioni di acqua ed elettricità, carenza di medicinali e beni essenziali, disoccupazione e difficoltà dei servizi sanitari. In diverse aree sono aumentate anche le proteste di persone senza lavoro che chiedono l’applicazione di una legge approvata un anno fa per favorire l’assunzione dei disoccupati di lungo periodo.
Saied ha concentrato ampi poteri a partire dal 2021, sciogliendo il Parlamento e successivamente governando attraverso decreti. Ha inoltre rimosso giudici e promosso un nuovo assetto costituzionale. I suoi oppositori definiscono questa traiettoria autoritaria; il presidente respinge l’accusa di dittatura e sostiene di avere agito per contrastare corruzione e paralisi istituzionale.
Organizzazioni per i diritti umani denunciano un aumento dei procedimenti contro giornalisti, attivisti e figure dell’opposizione. Il governo afferma che le indagini riguardano reati e non opinioni politiche. Stabilire la natura dei singoli casi richiede esaminare atti giudiziari e garanzie processuali, ma l’ampiezza del fronte riunito in piazza segnala una crisi di fiducia che va oltre un solo partito.
La UGTT conserva un ruolo centrale nella società tunisina. Con una rete capillare e una storia di mediazione politica, il sindacato può mobilitare settori che i partiti non raggiungono. La sua partecipazione rende la protesta più significativa perché collega libertà civili, salari, occupazione e servizi. Allo stesso tempo, l’organizzazione deve gestire sensibilità molto diverse all’interno del fronte anti-Saied.
L’economia tunisina affronta debito, bassa crescita e difficoltà di finanziamento. Le carenze non possono essere attribuite a un solo fattore: pesano shock esterni, debolezza degli investimenti, amministrazione inefficiente e scelte politiche. Qualsiasi piano di risposta dovrà bilanciare stabilità dei conti e protezione sociale, evitando che il costo dell’aggiustamento ricada soprattutto sui redditi più bassi.
La protesta ha anche rilievo per l’Italia. Tunisia e Italia sono legate da commercio, energia, turismo e gestione dei flussi migratori nel Mediterraneo. Una crisi economica o politica prolungata può influire sulle partenze, sulla cooperazione e sugli investimenti. Questo non significa ridurre la situazione tunisina alla migrazione: le rivendicazioni principali riguardano diritti e condizioni di vita interne.
La manifestazione è rimasta un raro momento di unità in un’opposizione tradizionalmente frammentata. Resta da capire se l’alleanza continuerà oltre la piazza e riuscirà a formulare un programma condiviso. Senza una proposta economica e istituzionale credibile, la convergenza contro il presidente potrebbe non tradursi in un’alternativa politica stabile.
Il segnale del 17 ottobre è comunque netto: una parte ampia della società non considera più sufficienti le promesse di ordine e lotta alla corruzione. Il prossimo passaggio sarà verificare se il governo aprirà un dialogo su servizi, occupazione e libertà o risponderà soprattutto con strumenti giudiziari e di sicurezza.
