Le Forze Democratiche Siriane, conosciute con la sigla inglese SDF, hanno annunciato martedì 25 agosto la propria dissoluzione come forza militare indipendente dopo il completamento dell’integrazione nell’esercito siriano. Il comandante Mazloum Abdi ha comunicato la decisione in un intervento pubblico a Damasco, spiegando che la missione dell’organizzazione è terminata e che le sue forze sono state assorbite nelle strutture statali. Reuters e Associated Press hanno riportato separatamente l’annuncio, che segna la conclusione di uno dei capitoli militari più importanti della guerra siriana.
La decisione non arriva all’improvviso. Il governo guidato da Ahmad al-Sharaa e le SDF avevano raggiunto nei mesi precedenti una serie di intese per trasferire uomini, territori e strutture di sicurezza sotto l’autorità centrale. Dopo l’offensiva governativa di gennaio, il gruppo curdo aveva perso gran parte delle aree che amministrava nel nord-est e aveva accettato un percorso graduale di fusione nell’esercito. Reuters riferisce che anche le YPG, la componente curda che costituiva il nucleo delle SDF, erano già state integrate nelle forze statali; il loro comandante Sipan Hamo era stato nominato a marzo vice ministro della Difesa per i territori orientali.
Durante la fase più intensa della guerra contro lo Stato Islamico, le SDF conquistarono territori strategici lungo l’Eufrate, città come Raqqa e gran parte del nord-est siriano. Associated Press ricorda che al loro massimo arrivarono a controllare circa un quarto del territorio nazionale. Quell’area comprendeva importanti campi petroliferi, dighe, valichi e zone agricole. Per questo la questione non riguardava soltanto l’identità curda: chi controllava quelle regioni disponeva anche di risorse economiche, infrastrutture e leve negoziali decisive per il futuro del Paese.
Il rapporto con gli Stati Uniti è stato determinante. Washington ha armato, addestrato e sostenuto le SDF nella campagna contro l’ISIS, preferendo una forza locale capace di combattere sul terreno senza dispiegare grandi contingenti statunitensi. Questa cooperazione non significava però che gli Stati Uniti riconoscessero un nuovo Stato curdo in Siria. Il sostegno americano era concentrato soprattutto sulla lotta al jihadismo e sulla stabilizzazione delle zone liberate. Con il cambiamento politico a Damasco e l’avvicinamento tra Washington e il nuovo governo siriano, la pressione perché le strutture armate separate confluissero nello Stato è aumentata.
Per i curdi siriani l’integrazione ha comportato una rinuncia importante all’autonomia militare, ma è stata accompagnata da alcune concessioni politiche. AP riferisce che il nuovo governo ha riconosciuto il curdo come lingua ufficiale insieme all’arabo, ha inserito il Nowruz tra le festività nazionali e ha ripristinato la cittadinanza per decine di migliaia di curdi che l’avevano perduta dopo il censimento del 1962. Abdi ha inoltre detto di avere ricevuto garanzie sul diritto all’istruzione in lingua curda. Il valore reale di queste promesse dipenderà dalla loro applicazione nel tempo, ma spiegano perché una parte della leadership curda abbia scelto l’integrazione invece di proseguire uno scontro militare.
La dissoluzione delle SDF modifica anche l’equilibrio con la Turchia. Ankara ha combattuto per anni contro il PKK e ha considerato le YPG, e quindi il nucleo delle SDF, come un’estensione della stessa minaccia lungo il proprio confine meridionale. L’assorbimento delle unità curde nell’esercito siriano potrebbe ridurre l’esistenza formale di una forza autonoma, ma non cancella automaticamente le diffidenze turche. Sarà importante capire come Damasco organizzerà le nuove brigate, chi ne controllerà il comando e quali garanzie verranno offerte sulle attività armate vicino al confine.
C’è poi il problema della sicurezza interna. Le SDF non combattevano soltanto sul fronte: gestivano carceri e campi dove sono detenuti o ospitati migliaia di sospetti combattenti dell’ISIS e familiari. Il trasferimento ordinato di queste responsabilità allo Stato siriano è cruciale. Un vuoto di comando, fughe dalle strutture di detenzione o rivalità tra unità potrebbero offrire spazio a cellule jihadiste ancora attive. Per questo la fusione militare sarà giudicata non soltanto sulla carta, ma sulla capacità di mantenere il controllo delle zone orientali e prevenire una nuova espansione dello Stato Islamico.
L’annuncio è quindi più di un cambio di nome. Per quasi undici anni le SDF sono state contemporaneamente una forza anti-ISIS, un esperimento di autonomia curda, un partner degli Stati Uniti e uno dei principali punti di attrito fra Washington e Ankara. La loro scomparsa come organizzazione indipendente indica che la Siria sta cercando di ricostruire un’unica catena di comando nazionale dopo oltre un decennio di frammentazione. Non significa però che siano scomparsi i problemi che avevano prodotto quella frammentazione: diritti delle minoranze, distribuzione del potere, sicurezza delle regioni orientali e controllo delle risorse restano questioni aperte.
Nelle prossime settimane gli elementi più importanti da osservare saranno la composizione effettiva delle nuove unità dell’esercito, il trattamento delle strutture civili curde, il destino dei detenuti legati all’ISIS e la risposta della Turchia. Sarà inoltre decisivo verificare se le garanzie linguistiche e politiche promesse da Damasco diventeranno istituzioni stabili. La dissoluzione delle SDF chiude formalmente una delle organizzazioni più influenti della guerra siriana; il modo in cui i suoi uomini, territori e responsabilità verranno assorbiti dirà molto sulla possibilità che la nuova Siria passi davvero dalla guerra alla costruzione di uno Stato unitario.
