La Russia si è detta disponibile in linea di principio a riprendere a novembre colloqui trilaterali con Ucraina e Stati Uniti. L’apertura è stata riferita mercoledì 21 ottobre dal consigliere del Cremlino Yuri Ushakov al termine dell’incontro, a San Pietroburgo, tra Vladimir Putin e l’inviato statunitense Steve Witkoff.
Non è ancora un accordo negoziale: mancano una data, una sede, un’agenda condivisa e soprattutto l’adesione formale di Kyiv alle modalità proposte.
Witkoff è arrivato in Russia dopo i colloqui di Oslo con il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy e con rappresentanti di Norvegia, Finlandia, Europa e NATO. Secondo la ricostruzione statunitense riportata alla vigilia della missione, in Norvegia erano emerse nuove idee ucraine e un tentativo di coordinare la posizione occidentale.
A San Pietroburgo l’inviato ha quindi presentato a Putin l’esito di quel confronto, chiedendo la ripresa di un canale diretto con la partecipazione americana.
Il Cremlino ha scelto una formula prudente. La disponibilità «in linea di principio» non equivale all’accettazione delle proposte discusse a Oslo e non chiarisce se Mosca sia pronta a fermare le operazioni militari durante i negoziati.
Il valore della notizia sta nella riapertura del formato a tre, rimasto senza risultati conclusivi, ma il passaggio decisivo sarà la definizione dei temi: cessate il fuoco, territori, garanzie di sicurezza, prigionieri, protezione delle infrastrutture energetiche e meccanismi di verifica.
La riunione è stata accompagnata dal rilascio di Stephen Hubbard, insegnante statunitense in pensione di 74 anni detenuto in Russia dal 2022. Putin ha presentato la decisione come un gesto di buona volontà.
La liberazione ha un effetto umanitario concreto e può facilitare il clima dei colloqui, ma resta separata dal merito della guerra e non certifica un’intesa più ampia tra Washington e Mosca.
Putin ha anche evocato una possibile riunione con Donald Trump in Cina nel mese di novembre. La proposta russa non risulta accettata dalla Casa Bianca e non va confusa con un vertice già convocato.
L’ipotesi si collegherebbe agli appuntamenti multilaterali previsti in Asia e potrebbe coinvolgere anche il presidente cinese Xi Jinping, ma per ora è una prospettiva diplomatica avanzata dal Cremlino, non un calendario ufficiale.
Sul terreno, intanto, le ostilità continuano. Nella notte tra il 20 e il 21 ottobre attacchi russi hanno colpito città e infrastrutture energetiche ucraine, con vittime civili segnalate dalle autorità di Kyiv.
È questo il principale limite politico dell’apertura: un nuovo round avrebbe credibilità soltanto se producesse misure verificabili capaci di ridurre gli attacchi e proteggere la popolazione, non semplicemente un’altra sequenza di incontri.
Per l’Italia e l’Unione europea, una ripresa negoziale può incidere su sicurezza, prezzi dell’energia, spesa per la difesa e sostegno finanziario a Kyiv. Roma e Bruxelles dovranno però valutare il contenuto delle eventuali intese, non il solo annuncio.
Restano centrali il coinvolgimento dell’Ucraina nelle decisioni che la riguardano e il coordinamento con gli alleati europei, soprattutto sulle garanzie di sicurezza e sull’applicazione delle sanzioni.
Il prossimo segnale da osservare è dunque operativo: la nomina delle delegazioni, una convocazione con data certa e un’agenda accettata dalle tre parti. Fino ad allora l’apertura russa riduce la distanza diplomatica, ma non cambia da sola né il corso della guerra né gli obblighi di sostegno assunti dai partner europei.
