Ricostruire le aree del Nepal devastate dall’alluvione potrebbe costare tra 4 e 5 miliardi di dollari, una cifra vicina a un decimo dell’intera economia nazionale. La stima preliminare è stata fornita a Reuters dal ministro delle Finanze Swarnim Wagle mentre soccorritori e autorità continuano a cercare migliaia di persone lungo il confine con il Tibet. Il conto umano ha superato le seicento vittime complessive e oltre duemila persone risultano ancora disperse.
La piena è stata innescata dal collasso di una massa glaciale che ha liberato roccia, ghiaccio, fango e detriti nei sistemi fluviali himalayani. Il materiale ha attraversato vallate strette con enorme energia, spazzando via ponti, strade, abitazioni e infrastrutture. Le squadre di soccorso lavorano in un territorio difficile, con collegamenti interrotti, instabilità dei versanti e condizioni meteorologiche che possono rallentare o sospendere le operazioni.
La stima economica è ancora provvisoria. Wagle ha spiegato che la valutazione completa di perdite e danni non è terminata. Il confronto più immediato è con il terremoto del 2015, che richiese circa 9 miliardi di dollari per la ricostruzione e distrusse più di mezzo milione di case. Questa volta la cifra assoluta potrebbe essere inferiore, ma il peso resta enorme per un Paese con risorse fiscali limitate e fortemente dipendente da rimesse, turismo e produzione idroelettrica.
Il danno agli impianti idroelettrici è particolarmente sensibile. Secondo Reuters, i progetti colpiti rappresentano oltre il 12% della capacità di generazione del Nepal. L’idroelettrico fornisce gran parte dell’elettricità nazionale e sostiene esportazioni verso i Paesi vicini. Riparare turbine, condotte, linee e strade di accesso non significa quindi soltanto riaccendere la luce nelle zone colpite: vuol dire proteggere entrate, attività produttive e stabilità della rete.
Una ricostruzione pari al 10% del prodotto interno lordo non viene pagata in un solo anno, ma assorbe capacità amministrativa e finanziaria per molto tempo. Il governo dovrà decidere quali infrastrutture riaprire prima, come assistere le famiglie che hanno perso la casa e quali standard usare per ricostruire in aree esposte a nuovi eventi. Donatori internazionali e banche multilaterali possono fornire prestiti o aiuti, ma ogni finanziamento comporta tempi, condizioni e controlli.
Il punto tecnico da capire è che una piena glaciale può essere diversa da una normale alluvione monsonica. Quando ghiaccio, roccia o una morena cedono improvvisamente, l’acqua può trascinare sedimenti e massi formando una colata molto densa. Nelle valli strette la massa accelera e cambia il letto dei fiumi, distruggendo strutture che si trovavano anche a distanza dal punto di origine. Le immagini satellitari aiutano a ricostruire dove è avvenuto il collasso e quali bacini restano instabili.
Associated Press riferisce che molte famiglie attendono notizie dei dispersi mentre i sopravvissuti raggiungono centri di assistenza con pochissimi beni. Alcuni tunnel presso progetti idroelettrici risultano pieni di fango e potrebbero contenere lavoratori intrappolati. In situazioni simili, la ricerca richiede attrezzature specialistiche, analisi geologiche e un equilibrio continuo tra urgenza e sicurezza dei soccorritori.
La ricostruzione dovrà tenere insieme rapidità e adattamento climatico. Ripristinare esattamente ponti e strade nello stesso punto può essere la soluzione più veloce, ma non sempre quella più sicura se il corso del fiume è cambiato o se nuovi laghi glaciali stanno crescendo. Servono mappe aggiornate, sistemi di allerta, vie di evacuazione e regole che impediscano di ricostruire nelle zone con rischio maggiore.
L’impatto si estende anche oltre il Nepal. La zona di confine collega comunità, pellegrinaggi, commercio e turismo tra Nepal e Tibet. Oltre cinquecento cittadini stranieri risultano tra i dispersi segnalati in Tibet e la ricerca coinvolge autorità di più Paesi. La cooperazione internazionale sarà necessaria non soltanto per i fondi, ma per identificazione delle vittime, soccorso tecnico, ripristino delle comunicazioni e monitoraggio dei versanti.
I numeri continueranno a cambiare. La stima tra 4 e 5 miliardi offre però già una misura della crisi: non è solo un’emergenza di pochi giorni, ma un evento capace di condizionare sviluppo, energia e bilanci pubblici per anni. La qualità della ricostruzione determinerà se il Nepal riuscirà a ridurre il rischio della prossima piena o se sarà costretto a riparare ancora le stesse vulnerabilità.
