Neil Young ha citato in giudizio il Trump 47 Committee per l’uso che ritiene non autorizzato di “Rockin’ in the Free World”, il brano pubblicato nel 1989 e diventato uno dei titoli più riconoscibili del suo repertorio. La causa è stata depositata il 26 ottobre 2026 presso la Corte distrettuale federale del distretto orientale della Virginia, divisione di Richmond.
Il musicista chiede un’ingiunzione, il rimborso delle spese legali e 10 milioni di dollari di danni.
La cifra, però, va letta correttamente: è la somma domandata dall’attore nella causa, non un risarcimento già riconosciuto da un giudice. Il procedimento è appena iniziato e le affermazioni contenute nell’atto dovranno essere esaminate e contestate nelle sedi previste.
Secondo il ricorso, il comitato avrebbe fatto eseguire pubblicamente la canzone durante un raduno politico del 12 ottobre a Youngstown, in Ohio, senza avere una licenza o il consenso dell’autore. Young sostiene inoltre che il brano sarebbe stato utilizzato in altri eventi collegati alla campagna per le elezioni di metà mandato del 3 novembre.
I convenuti indicati sono il Trump 47 Committee e cinque soggetti non ancora identificati.
Il nodo giuridico non coincide semplicemente con l’opposizione politica di un artista. Negli Stati Uniti, l’esecuzione pubblica di una composizione è normalmente regolata da licenze che possono essere gestite attraverso organizzazioni di collecting o accordi specifici.
La disponibilità di una licenza generale per un luogo o per un evento, tuttavia, non risolve automaticamente ogni controversia: contano il repertorio coperto, eventuali esclusioni richieste dai titolari, la natura dell’uso e le condotte concrete degli organizzatori.
Nel ricorso Young collega l’esecuzione anche al possibile danno reputazionale derivante dall’impressione di un sostegno politico mai concesso. Questa parte della vicenda è distinta dalla violazione del copyright, ma spiega perché molti musicisti reagiscano con particolare durezza quando le loro canzoni vengono usate durante comizi.
Un brano non funziona soltanto come sottofondo: può diventare un messaggio identitario associato a un candidato o a una causa.
Non è la prima volta che Young contesta l’impiego di questa canzone in un evento riconducibile a Donald Trump. Nel 2020 aveva avviato un’altra causa riguardante “Rockin’ in the Free World” e “Devil’s Sidewalk”.
Quel procedimento fu chiuso con una rinuncia con pregiudizio, cioè senza possibilità di riproporre la stessa pretesa, dopo una soluzione che l’attuale ricorso descrive come accompagnata dall’impegno a non riutilizzare il brano senza autorizzazione. La nuova azione riguarda un soggetto giuridico e fatti successivi, circostanza centrale per capire perché la controversia sia tornata davanti a un tribunale.
La composizione presenta inoltre una storia dei diritti non banale, con registrazioni e trasferimenti documentati negli archivi statunitensi. L’atto depositato sostiene che Young abbia titolo per agire come autore e contitolare; sarà il processo a verificare legittimazione, licenze e responsabilità del comitato.
I prossimi passaggi saranno la notifica formale, la risposta dei convenuti e l’eventuale discussione sulla richiesta di bloccare ulteriori esecuzioni. Fino a una decisione o a un accordo, la notizia corretta non è che Trump debba già pagare 10 milioni, né che il cantante abbia già vinto.
La notizia è che Young ha chiesto a un giudice federale di stabilire se l’uso politico della sua musica abbia superato i confini della licenza e del consenso.
