La Lega propone che le banche contribuiscano con una somma compresa fra 2 e 3 miliardi di euro alla manovra italiana per il 2027. L’ipotesi, presentata l’8 settembre durante un incontro sulle priorità della prossima legge di bilancio, prevede un prelievo pari al 5% degli utili del settore. Le risorse, secondo il partito, dovrebbero sostenere famiglie e imprese e finanziare misure per la sicurezza. Non si tratta ancora di una norma approvata: aliquota, base imponibile e destinazione dovrebbero entrare in un provvedimento del governo e superare l’esame parlamentare.
Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha collegato la richiesta ai profitti elevati delle banche e alla debole concorrenza percepita in alcuni servizi. La sua posizione politica non equivale però a una quantificazione tecnica già validata dal ministero. La stima di 2–3 miliardi proviene dalla proposta della Lega e andrà confrontata con il gettito effettivamente ottenibile, gli effetti sui bilanci degli istituti e la formulazione definitiva della misura.
Nella maggioranza non c’è ancora una linea unica. Forza Italia, attraverso Antonio Tajani, ha indicato come alternativa un accordo per anticipare versamenti fiscali, sul modello di operazioni già utilizzate con banche e assicurazioni. Le due strade hanno conseguenze diverse: un’imposta aggiuntiva aumenta il prelievo dovuto; un anticipo fiscale sposta nel tempo entrate che lo Stato avrebbe comunque incassato e può quindi migliorare il saldo di un anno riducendo margini futuri.
Per capire la discussione bisogna distinguere utili contabili, imponibile fiscale e gettito. Il profitto pubblicato da una banca non coincide automaticamente con la somma sulla quale si calcola una tassa: entrano in gioco rettifiche, deduzioni, perdite pregresse e perimetro delle attività interessate. Anche una percentuale apparentemente semplice può produrre risultati diversi a seconda della definizione scelta dalla legge e del periodo di riferimento.
Il governo dispone già di entrate programmate dal settore finanziario. Reuters ricorda che misure esistenti rivolte a banche e assicurazioni dovrebbero assicurare circa 12 miliardi fino al 2028. La nuova proposta si aggiungerebbe a quel quadro e perciò dovrà essere valutata insieme agli impegni già iscritti nei conti pubblici, evitando di contare due volte la stessa capacità contributiva o anticipi che riducono entrate successive.
Un altro punto riguarda gli effetti indiretti. Gli istituti potrebbero assorbire il costo riducendo i margini, ma potrebbero anche rivedere commissioni, remunerazione dei depositi, credito o dividendi. Non esiste un trasferimento automatico e identico per tutte le banche: dipende dalla concorrenza, dalla solidità patrimoniale e dalla struttura della misura. Per questo il dibattito non può essere letto soltanto come confronto fra Stato e azionisti; interessa anche correntisti e imprese che cercano finanziamenti.
La proposta arriva mentre il governo prepara l’ultima manovra completa prima delle elezioni politiche previste nel 2027. Le priorità annunciate comprendono riduzioni fiscali e nuove spese, ma il margine dipende dalle previsioni di crescita, dal costo del debito e dalle regole europee. Una fonte una tantum può finanziare interventi temporanei più facilmente di una spesa permanente: se una misura produce costi ogni anno, servono coperture che continuino nel tempo.
I prossimi passaggi verificabili saranno la Nota di aggiornamento dei conti pubblici, le decisioni del Consiglio dei ministri e il testo della legge di bilancio. Solo allora sarà possibile sapere se il contributo resterà al 5%, quali banche riguarderà, come sarà calcolato e a quali capitoli verranno destinate le risorse. Fino a quel momento CurioMondo tratta i 3 miliardi come obiettivo politico, non come entrata già acquisita.
