Mondo · Medio Oriente / Economia

Iran, guerra e sanzioni soffocano l’economia: commercio estero giù del 35%

Teheran ammette il peso della guerra con gli Stati Uniti: inflazione al 66% e scambi internazionali ridotti di circa un terzo. Nessun arretramento sullo Stretto di Hormuz.

29 agosto 2026 · Mondo · Medio Oriente / Economia · 5 min di lettura

A cura della · Come lavoriamo

Mercato di Teheran durante una fase di forte pressione economica con commercianti e attività ridotta
Illustrazione editoriale CurioMondo generata con IA per rappresentare questa notizia; non è una fotografia documentaria.
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Il punto in tre dati
−35%calo dichiarato di importazioni ed esportazioni
66%inflazione annua indicata per luglio
20%quota mondiale di petrolio e GNL che passava da Hormuz prima della guerra

La leadership iraniana ammette apertamente che la guerra con gli Stati Uniti e la nuova stretta delle sanzioni stanno comprimendo l’economia. Il presidente Masoud Pezeshkian ha dichiarato che importazioni ed esportazioni sono diminuite di circa il 35% a causa delle misure americane e del blocco navale dei porti. Reuters indica inoltre un’inflazione annua arrivata al 66% nell’ultimo mese disponibile, un livello che erode rapidamente salari, risparmi e capacità di acquisto.

Il riconoscimento della crisi non coincide però con un arretramento politico. In una dichiarazione diffusa dai media statali, Teheran ha promesso di resistere alla pressione, continuare la diplomazia e mantenere il controllo che rivendica sullo Stretto di Hormuz. È una combinazione deliberata: il governo prova a mostrare disponibilità al negoziato senza rinunciare alla leva strategica più importante, il passaggio marittimo che collega il Golfo ai mercati mondiali dell’energia.

Le autorità hanno elencato tra le priorità il contenimento dell’inflazione, la gestione dei prezzi, la creazione di posti di lavoro, il sostegno alla produzione interna e una riduzione graduale della dipendenza dal dollaro. Sono obiettivi difficili da raggiungere mentre le entrate in valuta calano e le imprese faticano a pagare fornitori, assicurazioni e trasporti. Anche quando un bene non è formalmente vietato, banche e compagnie possono rifiutare l’operazione per paura di sanzioni secondarie.

Le sanzioni secondarie sono lo strumento con cui Washington cerca di condizionare non soltanto soggetti americani, ma anche aziende e istituzioni di altri Paesi. In pratica, una banca straniera che continua determinate operazioni con l’Iran può rischiare l’esclusione dal sistema finanziario in dollari. Questa minaccia amplia l’effetto delle misure: molte controparti interrompono i rapporti prima ancora di ricevere una sanzione diretta.

La nuova campagna americana ha colpito anche Banque Misr per rapporti con Teheran attraverso una struttura negli Emirati Arabi Uniti, proponendo restrizioni sulle transazioni in dollari delle filiali emiratine. Sono state inoltre annunciate misure contro un’entità di Hong Kong e una persona collegata a Bank Melli. Cina e India, partner commerciali molto più grandi dell’Iran, non sono state colpite allo stesso modo, probabilmente perché una rottura brusca avrebbe conseguenze più ampie per mercati e catene di approvvigionamento.

La pressione arriva dopo sei mesi di guerra e dopo il fallimento di una breve intesa raggiunta a giugno con la mediazione di Qatar e Pakistan. Durante quella fase Washington aveva consentito alcune vendite di petrolio e Pezeshkian afferma che l’Iran riuscì a esportare circa 90 milioni di barili. Il cessate il fuoco non ha retto alle divergenze sullo stretto e le trattative restano bloccate.

Prima del conflitto, da Hormuz transitava circa un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto mondiali. Il passaggio è stretto, difficile da sostituire e circondato da grandi produttori. Anche una riduzione parziale dei transiti influenza noli, assicurazioni e prezzi. Dati preliminari citati da Reuters mostrano soltanto sette navi merci in transito giovedì, contro 17 il giorno precedente e una media recente di 15.

Gli Stati Uniti sostengono di avere rimosso mine posate dalle forze iraniane e il presidente Donald Trump ripete che il passaggio è aperto. La marina dei Guardiani della Rivoluzione contesta questa versione e afferma che nessuna nave possa transitare senza autorizzazione iraniana. Le dichiarazioni opposte rendono essenziale osservare i dati reali del traffico, non soltanto i messaggi politici.

Per le famiglie iraniane il dibattito strategico si traduce in problemi quotidiani: prezzi che cambiano rapidamente, difficoltà a trovare alcuni beni, incertezza sul lavoro e perdita di valore della moneta. Il richiamo della guida suprema Mojtaba Khamenei a occuparsi di inflazione, disoccupazione e mercato segnala che il costo sociale è diventato un problema politico interno, non solo una conseguenza esterna da attribuire al nemico.

La via d’uscita dipenderà da due dossier collegati: un accordo sulla guerra e una disciplina condivisa per la navigazione nello stretto. Qatar e altri mediatori tentano di ricostruire un canale, ma nessun progresso concreto è stato annunciato. Fino ad allora, la strategia americana punta a rendere economicamente insostenibile la resistenza iraniana, mentre Teheran usa Hormuz per dimostrare che la pressione può avere un costo anche per il resto del mondo.

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Fonti consultate

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