Tre anni dopo l'inizio della guerra tra Israele e Hamas, la Striscia di Gaza resta segnata da distruzioni estese, sfollamento e servizi essenziali insufficienti. La tregua entrata in vigore nel 2025 ha ridotto l'intensità delle operazioni rispetto alle fasi più acute, ma non ha trasformato il cessate il fuoco in una normalità stabile.
Le immagini satellitari più recenti, analizzate da esperti citati dal Guardian, indicano che circa l'82% delle strutture della Striscia risulta danneggiato. La stima comprende livelli diversi di distruzione e non significa che ogni edificio sia completamente crollato; descrive però un territorio in cui abitazioni, strade e reti pubbliche sono state compromesse su scala eccezionale.
Le macerie sono valutate in circa 61 milioni di tonnellate. Rimuoverle non è soltanto un problema logistico: sotto gli edifici possono trovarsi ordigni inesplosi, sostanze pericolose e resti umani. Prima di ricostruire case, scuole e ospedali servono quindi bonifica, accesso ai materiali e una catena di lavori protetta e continuativa.
L'Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari continua a segnalare rischi per i civili, bisogni diffusi e restrizioni all'ingresso delle forniture. Acqua potabile, servizi sanitari e alloggi adeguati restano insufficienti per una popolazione che ha subito spostamenti ripetuti.
Secondo Reuters, oltre centomila palestinesi originari di Gaza si trovano ancora all'estero e attendono di poter rientrare. Dentro la Striscia molte famiglie vivono in tende o sistemazioni temporanee; il ritorno in un quartiere non coincide necessariamente con il ritorno in una casa abitabile.
Il controllo del territorio resta frammentato. Israele mantiene una presenza su una parte ampia della Striscia, mentre Hamas conserva il controllo nelle aree civili più densamente popolate. Attacchi e incidenti continuano a mettere alla prova la tregua, rendendo instabili sia l'assistenza sia qualsiasi cantiere di lungo periodo.
La ricostruzione ha già una dimensione finanziaria stimata. Una valutazione congiunta di Unione europea, Nazioni Unite e Banca mondiale indica un fabbisogno di circa 71,4 miliardi di dollari nell'arco di dieci anni, di cui 26,3 miliardi nei primi diciotto mesi. Sono stime, non fondi già disponibili né lavori già avviati.
Per passare dai piani ai cantieri servono almeno quattro condizioni: sicurezza sufficiente per gli operatori, ingressi regolari di materiali, una governance condivisa e finanziamenti verificabili. L'assenza di una sola di queste condizioni rallenta anche gli interventi più urgenti, come la riparazione delle reti idriche o la messa in sicurezza degli edifici.
Il bilancio umano rimane oggetto di aggiornamenti e contestazioni sui singoli conteggi, ma tutte le fonti concordano sulla scala di decine di migliaia di morti e su un impatto enorme sulla popolazione civile. Per questo i numeri della ricostruzione non esauriscono la crisi: ogni edificio perso corrisponde anche a comunità disperse, servizi interrotti e vite da ricomporre.
A tre anni dall'inizio del conflitto, il punto non è dunque soltanto quanto sia stata distrutta Gaza. È quanto poco del percorso successivo sia diventato concreto: la tregua resta fragile, l'emergenza umanitaria continua e la ricostruzione è ancora soprattutto un progetto sulla carta.
