La Corte d’Appello civile di Milano ha respinto l’istanza con cui Acciaierie d’Italia e Ilva in amministrazione straordinaria chiedevano di sospendere in via urgente il provvedimento sullo stop dell’area a caldo dello stabilimento siderurgico di Taranto. In assenza di nuovi provvedimenti, resta quindi valida la scadenza del 28 ottobre 2026.
La decisione conferma gli effetti del decreto emesso a fine luglio. Reuters riferisce che i giudici hanno ritenuto prevalenti le esigenze di tutela ambientale e sanitaria rispetto al rischio economico segnalato dalle società, mentre ANSA aveva documentato nei giorni scorsi l’udienza sulla sospensiva e il calendario previsto per il fermo.
Il passaggio è rilevante perché riguarda il principale impianto siderurgico italiano e l’unico del Paese che produce acciaio a ciclo integrale partendo da minerale di ferro e carbone. Reuters indica circa 8.000 occupati diretti, ai quali si aggiunge un indotto che nelle ultime settimane ha già vissuto una fase di forte tensione occupazionale.
Il governo aveva chiesto alle imprese dell’indotto di congelare le procedure che coinvolgevano 2.500 lavoratori almeno fino alla decisione della Corte d’Appello. Adnkronos aveva riferito l’accoglimento temporaneo dell’appello da parte delle principali associazioni datoriali, legando esplicitamente la tregua alla pronuncia sul futuro dell’area a caldo.
Un secondo nodo riguarda la reversibilità tecnica dello spegnimento. Acciaierie d’Italia ha sostenuto che il raffreddamento degli impianti potrebbe produrre danni gravi e rendere più difficile una futura ripartenza. È uno dei motivi per cui la decisione giudiziaria non incide soltanto sulla produzione delle prossime settimane, ma anche sul valore industriale dello stabilimento e sui piani di cessione.
Resta inoltre aperta la prospettiva di una trasformazione tecnologica. Reuters segnala che il governo valuta una partecipazione pubblica e una transizione verso sistemi meno emissivi, compresi forni elettrici alimentati con preridotto di ferro. La sentenza non definisce quel piano industriale, ma riduce il tempo disponibile per trovare una soluzione compatibile con tutela della salute, occupazione e continuità produttiva.
