La Coalizione dei Volenterosi è un gruppo di Paesi che ha scelto di coordinarsi per sostenere l’Ucraina e preparare garanzie di sicurezza capaci di funzionare dopo un’eventuale cessazione credibile delle ostilità. Non è una nuova organizzazione internazionale, non ha un trattato fondativo paragonabile a quello della NATO e non coincide con l’Unione europea. È una struttura politica flessibile: partecipano governi disposti a contribuire in modi diversi, sotto il coordinamento soprattutto di Regno Unito e Francia e in stretto confronto con Kyiv.
L’espressione “dei Volenterosi” descrive proprio questa elasticità. Non tutti i Paesi devono offrire lo stesso contributo e una decisione del gruppo non obbliga automaticamente ciascun membro a inviare soldati. Uno Stato può partecipare alle riunioni, sostenere diplomaticamente l’Ucraina, fornire armi, addestramento, intelligence, fondi, difesa aerea, aiuti energetici o capacità logistiche senza aderire a ogni attività militare. Per questo l’Italia può restare nella Coalizione e contemporaneamente non partecipare a una specifica esercitazione.
Il gruppo ha preso forma nel 2025, quando i partner europei hanno iniziato a progettare come rendere credibile e duratura una futura pace. L’idea di fondo è che un accordo non basti se l’Ucraina resta esposta a un nuovo attacco. Le dichiarazioni ufficiali della Coalizione indicano quindi più livelli di sicurezza: mantenere forti le forze armate ucraine, continuare l’assistenza militare e finanziaria, aumentare la pressione economica sulla Russia e predisporre garanzie da attivare quando esisterà una cessazione delle ostilità considerata affidabile.
Dentro questa pianificazione compare la Multinational Force for Ukraine, abbreviata MNF-U. Non va confusa con una forza NATO già dispiegata né con una missione oggi operativa sul fronte. È una capacità multinazionale preparata in anticipo, che secondo i documenti dei co-presidenti dovrebbe agire su richiesta dell’Ucraina dopo la fine credibile dei combattimenti. Il suo compito dichiarato sarebbe contribuire a rigenerare le forze ucraine e rassicurare il Paese sul terreno, in aria e in mare, insieme all’assistenza militare di lungo periodo.
Le esercitazioni servono a verificare se questa architettura esiste davvero oltre i comunicati. Riunire Paesi diversi significa mettere in comunicazione comandi, lingue, sistemi informatici, procedure, mezzi e regole nazionali. Durante una prova si controlla chi riceve un allarme, chi prende una decisione, come vengono trasferite le informazioni, come arrivano carburante e pezzi di ricambio, come si evacuano i feriti e come si mantiene il comando se una rete viene interrotta. Senza queste verifiche, una forza multinazionale rischierebbe ritardi e incomprensioni proprio nel momento più delicato.
Non tutte le esercitazioni prevedono grandi unità sul terreno. Alcune sono “command-post exercises”, prove di comando nelle quali ufficiali e tecnici affrontano scenari simulati da centri operativi. Altre possono comprendere movimenti di personale, logistica, difesa aerea, protezione marittima, comunicazioni sicure o addestramento reale. Lo scopo non è necessariamente simulare un’offensiva: può essere provare il sostegno a un cessate il fuoco, la protezione delle infrastrutture, il mantenimento delle rotte o la capacità di rafforzare rapidamente l’Ucraina dopo una nuova minaccia.
La differenza fra esercitarsi e dispiegarsi è essenziale. Un’esercitazione dimostra preparazione, ma non equivale alla decisione politica di mandare una forza in Ucraina. Un eventuale impiego richiederebbe condizioni definite, il consenso di Kyiv e le autorizzazioni previste dalle leggi e dalle costituzioni dei Paesi partecipanti. La dichiarazione della Coalizione del 13 luglio 2026 precisa che le garanzie avrebbero natura difensiva e che la forza agirebbe dopo una cessazione credibile delle ostilità, non come ingresso automatico nell’attuale guerra.
Anche la parola “garanzia” può generare confusione. Non significa necessariamente una clausola identica all’Articolo 5 della NATO, secondo cui un attacco a un Alleato è considerato un attacco a tutti. La Coalizione sta costruendo un insieme di impegni politici, militari e in alcuni casi giuridici, compatibili con gli ordinamenti nazionali. La forza dell’impegno dipenderà dai testi finali, dalle capacità promesse e dalla rapidità con cui i governi sarebbero pronti ad agire in caso di nuova aggressione.
Perché allora un Paese può rifiutare una specifica prova? Le ragioni possono riguardare la linea politica nazionale, i limiti costituzionali, il tipo di scenario simulato, l’impiego previsto delle truppe o la volontà di sostenere l’Ucraina senza prefigurare militari sul suo territorio. Nel caso italiano, Palazzo Chigi ha ribadito il sostegno politico e umanitario, ma ha escluso l’impiego di militari italiani in Ucraina e quindi la partecipazione alle esercitazioni autunnali della forza multinazionale. Questa scelta non equivale all’uscita dalla Coalizione.
La Russia interpreta queste iniziative come un coinvolgimento militare ostile, mentre i governi della Coalizione le presentano come strumenti difensivi e di deterrenza. Sono posizioni delle parti e non vanno trasformate in una prova delle intenzioni future. Il dato verificabile è che i Paesi partecipanti stanno preparando opzioni, ma l’attivazione concreta dipende da condizioni politiche e operative ancora da definire. Capire questa distinzione evita due errori opposti: descrivere la Coalizione come un esercito già pronto a entrare in guerra oppure ridurla a una semplice serie di riunioni senza conseguenze.
Quando si legge una nuova notizia sui Volenterosi conviene quindi controllare quattro cose: quale Paese ha assunto l’impegno, se si parla di aiuti attuali o di garanzie successive a una tregua, se l’attività è una simulazione oppure un dispiegamento e quali autorizzazioni nazionali sarebbero necessarie. Sono dettagli meno spettacolari di un titolo, ma dicono con precisione quanto una decisione cambi davvero la sicurezza dell’Ucraina e il coinvolgimento dei suoi partner.
