Il Fondo monetario internazionale invita i governi dell’America Latina e dei Caraibi a sfruttare le condizioni esterne ancora favorevoli per ridurre il debito pubblico e rafforzare la produttività. Il nuovo rapporto regionale, pubblicato il 16 ottobre, stima una crescita del 2,3% nel 2026 e del 2,5% nel 2027, inferiore a quella prevista per molte altre economie emergenti.
A sostenere l’attività sono la domanda degli Stati Uniti, i prezzi elevati delle materie prime, condizioni finanziarie relativamente favorevoli, turismo e rimesse. Il FMI avverte però che questi fattori possono cambiare rapidamente. Tariffe, tensioni geopolitiche e rincari energetici continuano a pesare sulle decisioni di investimento e sui bilanci dei Paesi che importano combustibili e alimenti.
Secondo il rapporto, il consolidamento fiscale avviato nel 2025 si è fermato in diversi Paesi e il debito continua a salire. Il problema non riguarda soltanto la dimensione dei passivi: interessi più alti assorbono risorse che potrebbero finanziare infrastrutture, scuola, sanità o protezione sociale. Una correzione improvvisa rischierebbe però di indebolire domanda e occupazione.
Il FMI raccomanda quindi piani credibili e graduali, con spesa più efficiente e maggiore capacità di raccogliere entrate. Le misure devono proteggere gli investimenti che aumentano la crescita futura e gli aiuti mirati alle famiglie vulnerabili. Sussidi generalizzati all’energia possono attenuare i rincari nel breve periodo, ma diventano costosi e spesso favoriscono anche chi non ne ha bisogno.
La seconda debolezza è la produttività. Imprese piccole, accesso diseguale al credito, scarsa concorrenza e regole complesse limitano l’espansione delle aziende più efficienti. Il rapporto chiede riforme che facilitino investimenti, innovazione e riallocazione delle risorse. La crescita sostenuta dalle sole materie prime non basta a ridurre stabilmente la distanza di reddito rispetto alle economie avanzate.
Per Brasile, Cile, Colombia, Messico e Perù, gli esperti del Fondo stimano che migliori ragioni di scambio e condizioni finanziarie più distese aggiungano circa 0,6 punti percentuali alla crescita del 2026 rispetto all’anno precedente. È un sostegno importante, ma non uniforme: Paesi esportatori di energia e minerali beneficiano dei prezzi alti più degli importatori netti.
L’inflazione dovrebbe tornare vicino agli obiettivi nella maggior parte dei Paesi entro la fine del 2027. Restano però rischi legati a cibo, energia e valute. Se i tassi internazionali o i costi di trasporto aumentassero, le banche centrali potrebbero dover mantenere politiche restrittive più a lungo, rallentando credito, consumi e investimenti privati.
Per l’Italia e l’Unione europea le conseguenze passano attraverso commercio, investimenti e approvvigionamenti. Aziende europee acquistano rame, litio, prodotti agricoli ed energia dalla regione e vendono macchinari, farmaci e servizi. Finanze pubbliche più stabili riducono il rischio contrattuale; una crescita debole limita invece la domanda e può rinviare progetti infrastrutturali.
Il rapporto arriva mentre l’Unione europea cerca di approfondire i rapporti economici con l’America Latina e di diversificare le catene di fornitura. Gli accordi commerciali possono ampliare mercati e investimenti, ma non sostituiscono politiche interne solide. Per le imprese italiane contano regole prevedibili, accesso agli appalti, tutela dei contratti e disponibilità di finanziamenti locali.
Le percentuali del FMI sono previsioni, non risultati già acquisiti. I prossimi segnali da osservare saranno bilanci nazionali, andamento del debito, decisioni delle banche centrali e investimenti produttivi. La finestra favorevole descritta dal Fondo offre margine di manovra, ma il vantaggio può durare poco se i governi rinviano correzioni fiscali e riforme capaci di aumentare la produttività.
