Un’opportunità persa non lascia sempre un segno. La mail non scritta, il corso non chiesto, la mano non alzata: non c’è un rifiuto da raccontare. C’è solo un posto che resta vuoto, e la frase che l’ha tenuto vuoto. «Non sono abbastanza» arriva prima del tentativo e lo chiude da dentro.
La frase sembra prudenza. In parte lo è: non ogni porta va spinta, e prepararsi è diverso da sparire. Il confine sta nel momento in cui la prova richiesta non è più un compito, ma una versione di sé che non esiste ancora. Si aspetta di sentirsi pronti per fare la cosa che, facendola, renderebbe pronti.
Non tutte le occasioni perse sono colpa di quella frase. Alcune mancano per soldi, per tempo, per qualcuno che decide al posto nostro. Confondere i due casi è un altro modo di farsi torto: o ci si accusa di tutto, o si chiama «non sono il tipo» ciò che era soltanto paura di chiedere.
La domanda di oggi non chiede un elenco dei rimpianti. Chiede un caso solo, ancora aperto. Quale occasione di questa settimana stai trattando come già chiusa, senza averla ancora provata? A volte basta una frase detta ad alta voce, una candidatura, un «posso provare». Non per dimostrare di essere abbastanza. Per scoprire che la misura, spesso, si vede solo dopo il primo passo.
Una domanda già in archivio, sullo stare dalla propria parte anche mentre si corregge un errorePerché è importante amare se stessi?