Aggiornamento del 12 settembre. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato che l’Iran è «probabilmente» responsabile dell’attacco aereo che ha colpito l’oleodotto saudita Est-Ovest, secondo Reuters.
La dichiarazione rappresenta un nuovo passaggio politico nell’escalation, ma non costituisce una prova indipendente dell’attribuzione. Al momento non sono stati resi pubblici elementi conclusivi che dimostrino chi abbia materialmente ordinato o condotto l’attacco.
Trump ha inoltre confermato di aver parlato con il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman e ha detto che rappresentanti Houthi avrebbero contattato la sua amministrazione per evitare un coinvolgimento diretto degli Stati Uniti. Anche questa informazione proviene dalle dichiarazioni del presidente americano e va quindi distinta dai fatti verificati sul terreno.
Le forze Houthi sostenute dall’Iran hanno raggiunto l’isola strategica di Perim, nel cuore del Bab el-Mandeb, secondo quattro fonti governative yemenite citate da Reuters l’11 settembre. È un avanzamento ulteriore rispetto all’arrivo a Dhubab già documentato nelle ore precedenti e porta il gruppo direttamente dentro uno dei passaggi marittimi più sensibili del pianeta.
Perim, nota anche come Mayyun, si trova nel punto in cui lo stretto collega il Mar Rosso al Golfo di Aden. La sua posizione divide il canale in due rami e le attribuisce un valore strategico superiore a quello di una normale conquista territoriale. Reuters riferisce che le forze governative yemenite stanno preparando una controffensiva per recuperare le aree perdute.
Nelle stesse ore è arrivato un secondo sviluppo rilevante per l’energia mondiale. Funzionari sauditi citati da Reuters hanno riferito che l’oleodotto Est-Ovest dell’Arabia Saudita è stato fermato dopo un attacco con droni provenienti dall’Iraq.
L’infrastruttura, lunga circa 1.200 chilometri, consente di trasferire greggio verso il Mar Rosso evitando lo Stretto di Hormuz. Negli ultimi mesi era arrivata a trasportare circa 4-5 milioni di barili al giorno, secondo Reuters.
La coincidenza dei due eventi aumenta il rischio sistemico: da una parte gli Houthi avanzano nel Bab el-Mandeb, dall’altra viene colpita una delle principali vie terrestri alternative a Hormuz. Il Brent ha superato durante la settimana la soglia dei 100 dollari al barile, mentre mercati e governi valutano gli effetti delle interruzioni sulle forniture e sull’inflazione.
La U.S. Energy Information Administration stima che nel primo semestre 2025 siano transitati dal Bab el-Mandeb circa 4,2 milioni di barili al giorno di greggio e prodotti petroliferi. Nel 2023 erano 9,3 milioni, prima che gli attacchi nel Mar Rosso spingessero molte compagnie a deviare le navi attorno al Capo di Buona Speranza.
Il passaggio africano riduce l’esposizione allo stretto ma allunga sensibilmente le rotte. L’EIA calcola che aggirare Suez e Bab el-Mandeb passando dal Capo di Buona Speranza possa aggiungere circa 15 giorni a un viaggio petrolifero dall’area del Golfo verso l’Europa.
Il rischio non riguarda soltanto l’energia. Lo Yemen importa circa il 90% del proprio cibo secondo le Nazioni Unite e oltre 21 milioni di persone possono avere bisogno di assistenza nel 2026. Un deterioramento della sicurezza portuale e marittima può quindi tradursi rapidamente in maggiori costi e difficoltà di approvvigionamento per la popolazione.
Il punto da osservare adesso è doppio: da un lato il controllo effettivo di Perim e la capacità degli Houthi di condizionare concretamente il traffico navale; dall’altro l’esito delle indagini sull’attacco alla pipeline saudita. Reuters attribuisce l’informazione sull’arrivo a Perim a fonti governative yemenite e l’ipotesi del coinvolgimento iraniano, nella forma attuale, resta una valutazione politica espressa da Trump.
