Una conseguenza imprevedibile ci mette davanti a un disagio profondo: sappiamo che è nata da una nostra azione, ma non riusciamo a dire onestamente che avremmo potuto evitarla. Il bisogno di trovare un colpevole ci spinge verso due estremi. Possiamo assolverci del tutto, come se il danno non ci riguardasse; oppure giudicarci con informazioni che possediamo soltanto dopo, trasformando ogni errore in una prova di irresponsabilità.
La responsabilità morale non coincide semplicemente con l’essere stati la causa di qualcosa. Conta ciò che potevamo conoscere nel momento della scelta, la cura con cui abbiamo valutato i rischi e il dovere che avevamo verso le persone coinvolte. Se un effetto era davvero fuori da ogni previsione ragionevole, la colpa si riduce. Ma il legame con ciò che è accaduto non scompare: possiamo non essere colpevoli e avere comunque una parte nella riparazione.
Questa distinzione protegge sia la giustizia sia l’umanità. Punire qualcuno per ciò che nessuna persona prudente avrebbe potuto anticipare significa pretendere l’impossibile. Lasciare solo chi ha subito il danno perché “non potevamo saperlo” significa invece usare l’innocenza come fuga. La domanda più matura non è soltanto “è colpa mia?”, ma anche “ora che conosco l’effetto, che cosa posso fare per limitarlo e per non ripeterlo?”.
Esiste poi una responsabilità che nasce dopo. Prima dell’evento forse non avevamo gli elementi per prevedere; dopo, li abbiamo. Da quel momento cambia il nostro dovere: ascoltare chi è stato colpito, correggere il comportamento, condividere i costi della soluzione, avvertire altri dello stesso rischio. L’imprevedibilità del passato non autorizza l’indifferenza nel presente.
Il criterio più onesto è giudicare la decisione con le informazioni disponibili allora, ma giudicare la nostra risposta con quelle disponibili adesso. Così evitiamo il senno di poi senza trasformarlo in alibi. Non tutte le conseguenze ci rendono colpevoli; alcune, però, ci affidano comunque un compito.
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