Soffrire non è la stessa cosa che sentire dolore. Il dolore è un allarme: una bruciatura, un ginocchio, una febbre. Dice che qualcosa chiede attenzione. Un corpo che non lo facesse non durerebbe.
La sofferenza comincia un attimo dopo, quando all’allarme aggiungiamo una frase. «Passerà» lascia il fatto al suo posto. «È la prova che non valgo» lo allarga fino a occupare la stanza. La seconda frase non è nel ginocchio. È nel racconto.
Non ogni male contiene un senso già scritto. A volte il significato arriva dopo, costruito con ciò che si è riusciti a fare del danno. A volte non arriva, e pretenderlo mentre si sta male è un’altra ferita. Capire non è un dovere da esigere nel momento più acuto.
C’è poi la parte che non sta solo dentro. Il dolore chiede compagnia: una persona, una cura, un limite detto ad alta voce. L’isolamento fa il lavoro opposto. Trasforma un segnale comune a tutti i corpi in una prova privata di essere gli unici rotti.
Per questo la domanda utile, oggi, è più piccola di quella metafisica. Che cosa, in ciò che fa male, è un segnale da ascoltare? E che cosa è una frase che ripetiamo finché non diventa tutta la giornata?
Una lettura già in Biblioteca sulle ferite che continuano a parlare dentro le nostre frasiLe frasi con cui il passato continua a parlare