La parola arriva quasi sempre come un rimprovero. «Ha un ego enorme» vuol dire che qualcuno occupa troppo spazio, che non sopporta di essere corretto, che parla di sé come se gli altri fossero il pubblico. È un uso giusto. Però è solo una parte.
L’ego, prima di essere un difetto, è il modo in cui una persona si riconosce. È la frase «sono io» che tiene insieme il nome, i ricordi, le cose che non si è disposti a perdere. Senza quella frase non saremmo più umili. Saremmo senza un centro.
Il problema comincia quando quella frase deve vincere. Allora un disaccordo diventa un attacco, una critica diventa una ferita, e avere torto sembra la stessa cosa che sparire. Non si difende più un’idea. Si difende l’immagine di chi non può sbagliare.
La domanda di oggi non chiede di spegnere l’ego. Chiede di accorgersi di quando sta lavorando. Sta proteggendo qualcosa di vero, o sta solo impedendo di dire «non lo so»? A volte la risposta più onesta è più piccola della storia che vorremmo raccontare di noi.
Una domanda già in archivio, sullo sguardo degli altri e su ciò che resta anche senza pubblicoSiamo ciò che gli altri pensano di noi?