Lo Stretto di Hormuz è il passaggio marittimo che unisce il Golfo Persico al Golfo di Oman e quindi all’Oceano Indiano. Sulla costa settentrionale si trova l’Iran; a sud la penisola di Musandam, appartenente all’Oman. Nel punto più stretto misura poche decine di chilometri e le navi seguono corridoi di traffico separati per ingresso e uscita.
La sua importanza deriva dalla geografia. Grandi esportatori di petrolio e gas del Golfo caricano le navi in porti situati all’interno del bacino, perciò una parte rilevante delle forniture mondiali deve attraversare Hormuz. Oleodotti alternativi esistono, ma non hanno capacità sufficiente per sostituire rapidamente tutto il traffico. Una minaccia credibile può quindi aumentare assicurazioni, noli e prezzo dell’energia prima ancora che avvenga un blocco completo.
Nel diritto del mare gli stretti usati per la navigazione internazionale sono soggetti al principio del passaggio in transito. Le navi mantengono la possibilità di attraversarli in modo continuo e rapido, rispettando regole di sicurezza e senza minacciare gli Stati costieri. Le controversie nascono quando sicurezza, sanzioni, ispezioni e operazioni militari vengono interpretate in modo diverso dai Paesi coinvolti.
“Difendere la libertà di navigazione” può indicare attività molto differenti. Un Paese può condividere informazioni radar, pattugliare, accompagnare mercantili, fornire rifornimenti, individuare mine o partecipare a un comando multinazionale. Queste missioni non equivalgono automaticamente ad attaccare un altro Stato, ma espongono personale e mezzi a rischi e richiedono un mandato preciso.
Le mine navali sono particolarmente insidiose perché possono interrompere il traffico con costi relativamente bassi. Individuarle richiede sonar, droni subacquei, elicotteri e personale specializzato; rimuoverle è lento e pericoloso. Anche un sospetto non confermato può spingere armatori e assicuratori a fermare le partenze finché la rotta non viene controllata.
Questo spiega l’interesse di Paesi asiatici importatori di energia. La Corea del Sud sta valutando un contributo a Hormuz perché la sicurezza del passaggio incide direttamente su raffinerie e industria. La decisione resta però politica oltre che tecnica: ogni missione deve bilanciare commercio, alleanze, diritto nazionale e rischio di escalation.